Mauro Vecchio

Facebook dice stop alla pubblicità sui contenuti violenti

Il social network aggiorna le sue policy sulla gestione di gruppi e pagine che diffondono materiale controverso. Chi non rispetta le regole dovrà a fare a meno dei soldi degli inserzionisti

Roma - Nuovo aggiornamento alle policy di Facebook sulla gestione di pagine e gruppi social, dopo la protesta di numerose organizzazioni per la tutela dei diritti civili nella proliferazione di post e contenuti sulla gigantesca piattaforma di Menlo Park. Tutti quegli spazi che permetteranno la pubblicazione di contenuti ritenuti violenti, osceni o discriminanti saranno di fatto esclusi dai meccanismi pubblicitari dello stesso social network californiano.

In sostanza, Facebook dichiara guerra a pagine e gruppi che diffondono comunicati e contenuti per incitare all'odio verso le donne, alla violenza di natura sessuale, alla proliferazione di materiale pornografico. Da Nationwide a Nissan, un gruppo di 15 aziende aveva temporaneamente sospeso le inserzioni sul sito in blu perché trovate in collegamento con le pagine più crude e controverse. Le stesse società avevano promesso la riapertura del rubinetto pubblicitario in caso di revisione delle policy in materia.

Detto, fatto. I vertici di Facebook hanno ribadito che la lotta ai contenuti controversi è sempre stata una priorità, ora divenuta ancora più urgente dopo l'ultimatum dei potenti signori dell'advertising. A partire da oggi, tutti quegli spazi social che risulteranno in violazione dei termini di servizio della piattaforma dovranno agire per modificare le pubblicazioni, pena la rimozione degli annunci pubblicitari sulla stessa pagina o anche l'esclusione dai meccanismi advertising del colosso social.
Nel frattempo, altre organizzazioni per i diritti civili - tutela dei minori - stanno tentando di convincere un giudice di San Francisco a non accettare i termini di un accordo (settlement) da 20 milioni di dollari tra Facebook e i protagonisti di una class action per il presunto sfruttamento indebito delle informazioni personali dei suoi utenti (like compresi) all'interno del programma pubblicitario Sponsored Stories. Per gli attivisti californiani, la piattaforma di Mark Zuckerberg avrebbe fatto troppo poco per proteggere i minori dai potenziali abusi dei signori del marketing.

Mauro Vecchio
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