Mauro Vecchio

USA, luce attivista sulle tecnoperquisizioni

Da un pacchetto di documenti governativi sulle pratiche adottate al controllo doganale si apprende che a Washington non serve il mandato per sequestrare laptop e smartphone

Roma - Pubblicato dagli attivisti della American Civil Liberties Union (ACLU), un pacchetto di documenti sulle pratiche adottate dagli agenti doganali statunitensi per il controllo alla frontiera dei più svariati dispositivi elettronici. A ottenerlo nel corso del processo che lo vede coinvolto è stato il giovane David House - tra gli investitori per la difesa legale dell'ex-militare Chelsea (Bradley) Manning - dopo il settlement agreement siglato con il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (DHS).

Al suo ritorno dal Messico, House era stato fermato al controllo doganale e successivamente privato della sua attrezzatura informatica (laptop, memorie esterne e telefono cellulare). Dopo un'indagine di ben sette mesi, gli analisti del commando Army Criminal Investigation non avevano trovato alcuna traccia di attività sospette o criminose, dopo il coinvolgimento dello stesso House nel caso della talpa di Wikileaks.

Nei documenti consegnati agli attivisti statunitensi, il governo di Washington non è affatto vincolato alla richiesta di uno specifico mandato di perquisizione e sequestro degli apparecchi informatici. Alle autorità degli States basta un ragionevole sospetto per emanare un generico travel alert su un determinato cittadino in arrivo alla frontiera da un paese estero.
La stessa ACLU ha denunciato pratiche oltre i limiti della costituzionalità, nonostante numerose aule di tribunale abbiano largamente autorizzato le perquisizioni transfrontaliere per combattere il traffico di pedopornografia o di sostanze stupefacenti. Dalla Customs and Border Protection (CBP) è arrivata una risposta decisamente generica: le perquisizioni o il sequestro dei dispositivi avverrebbero per la tutela della sicurezza pubblica e nazionale, e sempre nel rispetto dei diritti civili.

Mauro Vecchio
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