Banda larga, dobloni in rotta verso Sud

Dopo i 226 milioni di euro per lo sviluppo della e-società nel Mezzogiorno, il Governo lancia sul piatto altri 300 milioni di euro per il Sud. Questa volta per creare sia la domanda di broad band che il broad band

Banda larga, dobloni in rotta verso SudRoma - La banda larga è destinata ad investire il meridione d'Italia con una certa irruenza se andranno in porto i progetti varati dal ministero all'Innovazione e approvati dal CIPE, che ha messo sul piatto la bellezza di 300 milioni di euro.

Metà dei fondi approvati dal CIPE saranno interamente dedicati a realizzare le infrastrutture fisiche del broad band, che nel Mezzogiorno sono ben più carenti che nel resto del paese. L'altra metà servirà invece a far sì che questi investimenti abbiano un senso, perché serviranno a creare la domanda per servizi a banda larga, domanda oggi fiacchetta al punto da non convincere le imprese ad investire seriamente nel settore.

Ad amministrare i dobloni per il broad band sarà la Innovazione Italia SpA, società neo-costituita che si occuperà, tra le altre cose, di assicurare lo sviluppo di programmi di telemedicina e teleformazione nel settore oncologico (22,7 milioni), di aiutare le imprese del settore alimentare ad innovare (19,4 milioni) e di spingere l'alfabetizzazione informatica nelle scuole meridionali (25,9 milioni).
Il programma governativo prevede investimenti per rafforzare la presenza della banda larga nel settore pubblico (26 milioni) e nei sistemi informativi integrati di gestione del territorio (26 milioni). Il tutto è condito dal "Progetto SAX" (30 milioni), cioè dei Sistemi Avanzati per la Connettività Sociale. L'obiettivo di SAX è "diffondere, in via sperimentale, la possibilità di accedere ai servizi erogati dalla PA e a servizi socialmente rilevanti direttamente nel domicilio di cittadini e professionisti o presso luoghi pubblici attrezzati, in modo da favorire l?accesso alle Tecnologie dell?Informazione e della Comunicazione (ICT) anche alle categorie svantaggiate (es. anziani, persone con disabilità)".

Il progettone per il Mezzogiorno rientra nelle "Linee guida del Governo per lo sviluppo della Società dell?Informazione nella legislatura" e si affianca agli stanziamenti di 226 milioni di euro già previsti per finanziare nel Meridione lo sviluppo della Società dell'informazione.

Secondo Lucio Stanca, ministro per l?Innovazione e le Tecnologie, "con questa impegnativa iniziativa il Governo ha confermato la volontà di attuare una reale politica di rilancio del Sud attraverso il sostegno dell?innovazione tecnologica". Secondo il ministro, inoltre, "in attuazione delle politiche per lo sviluppo della larga banda a sostegno della Società dell?Informazione, il Piano costituisce una vera e propria novità nell?ambito delle iniziative del CIPE, portando così a compimento quanto deciso nella delibera del maggio scorso".

Perché è necessario ricorrere ad un intervento pubblico così massiccio? Lo spiega la stessa delibera del CIPE. Di seguito tutti i dettagli.
TAG: italia
266 Commenti alla Notizia Banda larga, dobloni in rotta verso Sud
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  • Estremamente di parte.

    Convinto che l'Italia non avrebbe risolto la questione Meridionale, senza un intenso programma d'industrializzazione, che riteneva essenziale anche per la Campania, in contrapposizione all'ipotesi di uno sviluppo del terziario, il Nitti si dimostrò nemico della rendita parassitaria, tipica della retriva borghesia del Sud.

    Alla faccia del Sud industrializzato.

    Fu per questo in polemica col liberalismo economico, accusato di "statolatria socialista". Condusse la sua battaglia sulle riviste "Riforma sociale", fondata nel 1894 con Luigi Roux, editore e direttore di "La Stampa" di Torino, e con opere quali "Nord e Sud", del 1906, e "Principi di scienze delle finanze", del 1903.

    Estremamente di parte.


    Oppositore del fascismo, costretto all'esilio in Francia dopo il delitto Matteotti, fu arrestato e deportato dai nazisti. Tornato alla vita pubblica come senatore nella prima legislatura democratica (1948-53), conservò la sua impostazione tecnocratica e sostenne che responsabile della guerra non poteva essere considerato solo il fascismo, tanto da proporre addirittura il reinserimento, nelle cariche pubbliche, del personale compromesso con la dittatura.

    Hai citato gli scritti di un politico che doveva sostenere in qualche modo la sua posizione politica
    non+autenticato
  • No, l' imbelle Cagoia!
    non+autenticato
  • Non ho (ovviamente) letto tutti i 240 messaggi per cui mi scuso se sto ripetendo cose gia' dette da altri.

    Io farei cosi':

    Fornirei il sud di tutti i soldi di cui necessita per lo sviluppo d'impresa e le infrastrutture, sgravi fiscali, agevolazioni ecc ecc . Ma solo per un limitato periodo di tempo (diciamo 3-5 anni). Poi, o decolla o lo si lascia affondare.

    Lo so, far morire di fame 20 milioni di italiani non e' una soluzione attuabile, ma e' proprio l'idea del rubinetto sempre aperto che guasta la mentalita' meridionale.

    Ciao
    non+autenticato

  • - Scritto da: Anonimo
    > Non ho (ovviamente) letto tutti i 240
    > messaggi per cui mi scuso se sto ripetendo
    > cose gia' dette da altri.
    >
    > Io farei cosi':
    >
    > Fornirei il sud di tutti i soldi di cui
    > necessita per lo sviluppo d'impresa e le
    > infrastrutture, sgravi fiscali, agevolazioni
    > ecc ecc . Ma solo per un limitato periodo di
    > tempo (diciamo 3-5 anni). Poi, o decolla o
    > lo si lascia affondare.
    >
    > Lo so, far morire di fame 20 milioni di
    > italiani non e' una soluzione attuabile, ma
    > e' proprio l'idea del rubinetto sempre
    > aperto che guasta la mentalita' meridionale.
    >
    > Ciao

    è già stato fatto per decenni, la pratica è continuata ancora quando il Nord non poteva più permetterselo: da almeno una quindicina d'anni il punto di non ritorno è stato superato, da almeno 15-20 anni la spremitura del Nord avrebbe dovuto terminare. In due parole da troppo tempo si è andati oltre, da troppo tempo si è superata la soglia che andava rispettata.
    non+autenticato

  • - Scritto da: Anonimo
    >
    > - Scritto da: Anonimo
    > > Non ho (ovviamente) letto tutti i 240
    > > messaggi per cui mi scuso se sto ripetendo
    > > cose gia' dette da altri.
    > >
    > > Io farei cosi':
    > >
    > > Fornirei il sud di tutti i soldi di cui
    > > necessita per lo sviluppo d'impresa e le
    > > infrastrutture, sgravi fiscali,
    > agevolazioni
    > > ecc ecc . Ma solo per un limitato periodo
    > di
    > > tempo (diciamo 3-5 anni). Poi, o decolla o
    > > lo si lascia affondare.
    > >
    > > Lo so, far morire di fame 20 milioni di
    > > italiani non e' una soluzione attuabile,
    > ma
    > > e' proprio l'idea del rubinetto sempre
    > > aperto che guasta la mentalita'
    > meridionale.
    > >
    > > Ciao
    >
    > è già stato fatto per decenni, la pratica è
    > continuata ancora quando il Nord non poteva
    > più permetterselo: da almeno una quindicina
    > d'anni il punto di non ritorno è stato
    > superato, da almeno 15-20 anni la spremitura
    > del Nord avrebbe dovuto terminare. In due
    > parole da troppo tempo si è andati oltre, da
    > troppo tempo si è superata la soglia che
    > andava rispettata.

    Le ingiustizie nei confronti dei cittadini della Padania oggi raggiungono livelli di eccezionale gravità, in quanto profondamente INCOSTITUZIONALI. Gli aiuti enormi per chi vuole fare impresa al Sud, negati in toto a chi vorrebbe, o è costretto, a fare lo stesso al Nord, ma per sua sfortuna è nato in Padania, non sono COSTITUZIONALMENTE AMMISSIBILI. Trattasi di DISCRIMINAZIONE RAZZIALE.
    non+autenticato
  • Cerchiamo di fare chiarezza con calma. E leggete tutto senza saltare i
    pezzi..

    I documenti tratti dagli archivi di stato di Napoli e dai libri di storia
    che tutti abbiamo letto (anche se scritti dai vincitori e quindi a maggior
    ragione non potrebbero riportare fatti contro l'interesse dell'unificazione)
    illustrano che:


    - Lo stato piemontese aveva un enorme debito pubblico procurato dalla
    politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!).

    - Il capitale circolante delle Due Sicilie era più del doppio di quello di
    tutti gli altri Stati della penisola messi insieme; il debito pubblico era
    completamente garantito; il rapporto tra debito, con interessi, e prodotto
    interno lordo era il 16% mentre in Piemonte era del 75%.
    - Da "Scienze delle Finanze" di Francesco Saverio Nitti (Pierro, 1903)
    scopriamo che le monete degli antichi Stati Italiani al momento
    dell'annessione ammontavano a circa 669 milioni, di cui ben 443 milioni
    appartenevano al Regno delle Due Sicilie (il Banco di Napoli poteva vantare
    la più grande raccolta di denaro pubblico) e i restanti 226 milioni erano
    ripartiti fra: il regno di Sardegna, Lombardia, Ducato di Modena, Parma e
    Piacenza, Roma, Romagna - Marche e Umbria, Toscana, Venezia. Come dire che
    nel Regno dei Borbone c'erano il doppio dei soldi che nel resto d'Italia.
    Persino la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la
    Rendita dello Stato napoletano al 120 per cento, ossia la più alta di tutta
    l'Europa. Il Regno prima dell'avvento dei Borbone non se la passava bene, ma
    con il loro avvento le cose cambiarono radicalmente, a cominciare dal numero
    degli abitanti. Nel 1815 quando essi rientrano di nuovo la popolazione era
    di 5.060.000 e nel 1836 di 6.081.993, nel 1846 la popolazione arrivò a
    8.423.316 e dieci anni dopo a 9.117.050. Questo vorticoso aumento della
    popolazione ha nome e cognome: benessere e progresso civile e sociale.
    - Durante i 127 anni di buon governo i Borbone diedero prosperità a tutto il
    popolo. I Borbone incivilirono e resero innocui i vari baroni del Regno,
    costruirono strade, ricostruirono l'esercito e le amministrazioni locali cui
    diedero l'antica autonomia, come diedero grande impulso all'industria,
    all'agricoltura, alla pesca, al turismo. Da ultimo tra gli Stati divenne il
    primo d'Italia e tra i primi nel mondo. Le ferrovie, inventate nel 1820,
    ignote in Italia, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839) con il
    tratto che conduceva la capitale a Portici e poi fu concessa al Bayard di
    continuarla fino a Castellammare. A spese del tesoro borbonico nel 1842
    cominciò quella per Capua e poi l'altra per Nola, Sarno e Sansevero. Nel
    1837 arrivò il gas e nel 1852 il telegrafo elettrico, primissimi in Italia.
    Le strade erano sicure, non più masnadieri per terra né pirati per mare;
    eliminate le leggi feudali diedero ordine ai territori di tutto il regno e
    concessero, primi al mondo, la terra a chi la lavorava; furono così
    estirpate le boscaglie per far posto a frutteti e vigneti; furono
    prosciugate le paludi di tutto il regno e regalate ai contadini le terre
    fertili; furono ripuliti ed arginati fiumi e torrenti. La FIAT fu creata
    circa mezzo secolo dopo le prime industrie meridionali.
    - Ecco come cambiarono le condizioni fiscali al sud con le nuove imposizioni
    fiscali dopo la conquista piemontese (le nuove tasse):
         Imposta personale
        Tassa sulle successioni
        Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sull'emancipazione ed adozione
        Tassa sulle pensioni
        Tassa sanitaria
        Tassa sulle fabbriche
        Tassa sull'industria
        Tassa sulle società industriali
        Tassa per pesi e misure
        Diritto d'insinuazione
        Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena
        Sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra
        Tassa sulle mani morte
        Tassa per la caccia
        Tassa sulle vetture

    - Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva
    l'emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete
    d'oro e d'argento insieme alle cosiddette "fedi di credito" e alle "polizze
    notate" alle quali però corrispondeva l'esatto controvalore in oro versato
    nelle casse del Banco delle Due Sicilie.
    In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella
    napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta
    borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d'oro o
    d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello
    nominale).

    - Dopo il 1861 fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie
    (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal
    mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come
    previsto dall'ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero
    potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero
    potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due
    banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno).

    - Tuttavia nella riserva della nuova Banca d'Italia, non risultò esserci
    tutto l'oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari
    dell'epoca).

    (CONTINUA)
    non+autenticato
  • Il colpo di grazia all'economia del sud fu dato sommando il debito
    pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d'Europa),
    all'irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un
    sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che
    pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le
    popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale
    enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo
    preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che
    permisero la vittoria sull'esercito borbonico), sia i debiti che il governo
    italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all''armamento,
    caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di
    stato, lo zimbello delle piazze economiche d'Europa.

    - Il governo di Torino adottò nei confronti dell'ex Regno di Napoli una
    politica di mero sfruttamento di tipo "colonialista" tanto da far esclamare
    al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861:
    "Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la
    nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le
    province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel
    Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala".

    - Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud,
    la moneta italiana fu costretta al "corso forzoso" cioè fu considerata dalle
    piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato
    delle finanze disastroso e di un'inflazione stellare. I titoli di stato
    italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli
    emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.
    Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della
    "convertibilità" della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di
    carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato
    presso l'istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di
    spesa per gli armamenti dello stato.


    - Il Sud borbonico era un paese strutturato economicamente sulle sue
    dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal
    fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era
    il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre
    tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere
    la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della
    bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali,
    erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con
    una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come,
    d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento
    anni). Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo
    territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura.
    Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva
    misurare la crescita in relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel
    sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a
    cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno
    sardo, ma era una classe al servizio dell'economia nazionale".


    - In realtà il problema centrale dell'intera vicenda è che nel 1860 l'Italia
    si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l'unità
    apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i
    guasti di un processo di unificazione politica dell'Italia che fu attuato
    senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le
    aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.


    Non dimentichiamoci il concetto che D'Azeglio enunciò: "Abbiamo fatto
    l'Italia, adesso bisogna fare gli Italiani". Forse il risultato di tanto
    odio e tante diversita' che a volte emergono tra il nord e il sud e' dovuto
    proprio al fatto che in questo paese non ci sono popolazioni omogenee tali
    da creare uno stato unito nell'animo delle persone.
    La guerra fra il nord ed il sud d'Italia non si combatte più sui campi di
    battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle
    campagne infestate dai "briganti", ma non per questo è meno viva; continua
    ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che,
    alimentando una visione del sud "geneticamente" arretrato, produce
    un'ulteriore frattura tra due "etnie" che non si sono amate mai.

    Non dimentichiamoci che il processo di unificazione e' avvenuto dopo una
    guerra civile a seguito di un invasione di uno stato nei confronti di un
    altro stato senza dichiarazione di guerra. Le popolazioni del sud, tranne
    una piccola parte di latifondisti, non avevano nessuna voglia di essere
    "liberate".

    Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal
    lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell'Italia
    industriale



    Infine chiediamoci come sono finiti i mitici salvatori o creatori della
    patria tanto acclamati:
    - Garibaldi dopo le sue avventure e le barbarie perpretrate ai danni di
    tanti siciliani viene tradito da Vittorio Emanuele che lo manda in esilio.
    In seguito dira' dei suoi mille soldati che erano mercenari poco di buono;
    - I generali Cialdini e Nino Bixio fucilarono uomini, donne e bambini a
    sangue freddo applicando la legge Pica;
    - I nuovi regnanti come hanno gestito successivamente il paese ce lo siamo
    chiesti? Attuarono una politica coloniale fallimentare e inutile in Africa,
    consentirono al fascismo di governare il paese ed infine ignominiosamente il
    9 settembre 1943 ci fu l'ultimo dono della nuova casa regnante.Quando
    Vittorio Emanuele III con la famiglia reale, Badoglio ed i principali
    esponenti governativi e militari fuggono da Roma per imbarcarsi a Pescara
    sulla corvetta "Baionetta" per dirigersi alla volta di Brindisi già liberata
    dagli Anglo-Americani. L'esercito italiano, senza più un re, senza comando e
    senza direttive, va allo sbando: 600.000 uomini, in poche ore, cadono
    prigionieri delle truppe tedesche. I morti, a causa di quella vile e codarda
    decisione, ammontano a circa 200.000.
    - Infine piccola domanda: Come mai ancora molti documenti sono considerati
    top secret e nascosti al pubblico?
    Vi bastano queste informazioni? Ne volete altre ? basta parlare..
    non+autenticato
  • Ciao, è la prima volta che intervengo qui. Per quanto riguarda "O limon
    spremmut (che) nun
    serv chiù", volevo riportare alcuni passi da un libro che sto leggendo
    giusto ora. Da Antistoria degli Italiani di Giordano Bruno Guerri:

    ..."La -colonizzazione-. cioè lo sfruttamento sistematico del Meridione da
    parte del Settentrione, avrebbe portato per anni a mantenere strutture che,
    come la famigerata -Cassa per il Mezzogiorno-, facevano e fanno comodo a
    molto casse diverse. D'altra parte è un dato oggettivo e dimostrato che alla
    formazione dello Stato unitario i meridionali siano stati più sfruttati che
    sfruttatori. In una lettera a Cavour il patriota Liborio Romano -ministro
    dell'Interno di Francesco II, poi deputato del primo Parlamento unitario-
    racconta come vennero dilapidate la Cassa di Sconto e il Banco Partenopeo,
    le due banche principali dell'ex Regno di Napoli: attraverso un sistema di
    truffe finanziarie e irregolarità contabili, in un solo anno il governo
    piemontese aveva -prelevato- 80 milioni di lire spendendone nel Meridione
    39.062.507. Francesco Saverio Nitti, futuro presidente del Consiglio, nei
    suoi Scritti sulla questione meridionale , dimostra che prima dell'unità il
    Sud possedeva una ricchezza più grande -di quasi tutte le regioni del nord-.
    Inoltre, all'industria settentrionale fu facile piazzare i propri prodotti
    al Sud, mentre le sarebbe stato difficile battere la concorrenza
    europea."...

    ..."Al Settentrione, soprattutto in Piemonte e Lombardia, le imprese si
    stavano sviluppando, ma la concorrenza francese e inglese era agguerrita e
    la soluzione del governo fu il protezionismo sulle tariffe doganali, rimasto
    per decenni la via maestra della politica commerciale italiana: una vera
    anomalia per un paese che si ispirava alle teorie liberiste.
    Senza dubbio il protezionismo agevolò il Settentrione industriale, ma ebbe
    ricadute tremende sul Meridione rurale: le altre nazioni risposero con
    un'uguale chiusura,e i prodotti agricoli italiani, soprattutto vini e
    formaggi, furono esclusi dal mercato europeo. Fra il 1885 e il 1898, il Sud
    attraversò una crisi gravissima: i grandi proprietari non ebbero più
    interesse a introdurre miglioramenti e a produrre, finendo per trascurare o
    abbandonare le terre. In breve tempo il distacco già immenso tra Nord e Sud
    si acuì. Al Nord, che venne unito con l'Europa attraverso i passi del Frjus
    (1870) e del Gottardo (1881), nacquero le prime industrie storiche italiane:
    la Pirelli (1880), la Montecatini (1888), la Fiat (1899); nel Meridione quel
    popolo che continuava a venire chiamato italiano e a pagare le stesse tasse
    si sentiva doppiamente tradito. L'esempio delle bonifiche è illuminante. Dal
    1862 al 1897 lo Stato aveva stanziato 458 milioni, la maggior parte dei
    quali provenienti dalle casse del Sud, per bonificare le paludi della
    penisola. Ebbene, furono spesi 455 milioni per il Contro-nord e 3 per il
    Sud."...

    Francesco Saverio Nitti riteneva che "-l'unificazione del mercato nazionale
    ha spezzato la schiena al Mezzogiorno- e sottolineava che il trasferimento
    al Nord dei beni espropriati alla Chiesa e all'ex Regno borbonico sembrò un
    vero e proprio -sacco-: le terre vendute dal demanio al Sud venivano
    comprate dai -nordisti- e quasi sempre riacquistate dai contadini o dai
    possidenti meridionali che vi abitavano vicino; in questo modo il capitale
    scompariva dal Meridione senza alcuna resa in suo favore; lo Stato infatti
    investiva i proventi delle vendite nelle regioni dove maggiori erano le
    spese, in Lombardia, in Piemonte, in Liguria. Per non dire che l'industria
    settentrionale ebbe buon gioco a vendere al Sud, senza concorrenza, prodotti
    che avrebbe venduto con maggiore difficoltà all'estero. Il divario Nord-Sud
    fu portato all'estremo dall'unità."...

    Per quanto riguarda il brigantaggio, sembra fosse un fenomeno vecchio di
    secoli al momento dell'unità d'italia. Durante l'occupazione napoleonica e
    le guerre d'indipendenza però erano stati i governi borbonici e pontifici ad
    armare ed incoraggiare il banditismo. Prima dell'invasione piemontese i
    popoli meridionali si può dire che già non se la passavano molto bene, se ad
    esempio nel "Cinquecento un vicerè spagnolo aveva fatto uccideere 18.000
    briganti, solo nel Sud, senza risolvere il problema." Naturalmente i
    cosiddetti briganti esistevano a causa delle condizioni in cui versava il
    popolo: l'analfabetismo era generale, lo sfruttamento del lavoro agli
    eccessi, la fame all'ordine del giorno. Mi sembra superfluo parlare di
    partigiani dal momento in cui arrivarono i piemontesi, solamente perchè da
    un giorno all'altro gli antichi sfruttatori erano diventati dei
    finanziatori.
    Ultima citazione:

    "...Garibaldi non avrebbe vinto se, al tempo dell'impresa dei Mille, nel
    Regno delle due Sicilie ci fossero stati tanti filoborbonici quanti ce
    n'erano un anno dopo.
    Il Regno d'Italia rispose alla fame e allo scontento del Sud usando tutta la
    forza militare di cui disponeva: enorme, rispetto all'avversario. Invano
    Cavour aveva detto, poco prima di morire, che contro la corruzione
    meridionale ("Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal
    governati") non bisognava ricorrere alla forza: "Tutti sono buoni di
    governare con lo stato d'assedio. Io li governerò con la libertà." Il suo
    successore, il pio Ricasoli, lasciò invece che i militari usassero la più
    tremenda violenza anche contro le popolazioni contadine, che il generale
    Solari definiì "La più grande canaglia dell'ultimo ceto.""

    Forse la posizione di Cavour era demagogica, ma sono pronto a credere che
    oggi il divario tra Nord e Sud sarebbe potuto essere minore (non ho idea in
    che percentuale), se solo fosse vissuto qualche anno in più.

    Saluti.


    --------------------------------------------------------------------------------
    non+autenticato
  • Il 'risorgimento' fu tutto un AFFARE per il nord, dall'inizio
    alla fine. Mi sapete citare una sola conseguenza positiva per il Sud?
    Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie era il paese piu'industrializzato
    della penisola, tanto che nel 1856 alla Conferenza Internazionale di
    Parigi gli era stato conferito il premio di terzo paese del mondo per
    sviluppo industriale, dopo Gran Bretagna e Francia. La sua conquista fu
    per il Piemonte (indebitato fino all'osso dalle guerre contro l'Austria)
    l'occasione unica per riprendersi finanziariamente, dissanguando le
    Due Sicilie e condannando noi al sottosviluppo permanente.
    Ecco una tabella della ricchezza dei diversi stati italiani al
    momento della conquista (in milioni di lire dell'epoca - tra parentesi
    l'anno dell'annessione):

    Regno di Sardegna    27.0
    Lombardia (1859)     8.1
    Ducato di Modena (1860)     0.4
    Parma e Piacenza (1860)     1.2
    Roma e alto Lazio (1870)   35.3        
    Romagna, Marche e Umbria (1860)   55.3
    Toscana (1860)     85.2
    Veneto (1866)     12.7
    Regno delle Due Sicilie (1860)   443.2
                                    
    [Dati tratti da 'Scienza delle Finanze' di Francesco Saverio Nitti, 1903,
    pag. 292]

    Cioe'il Regno delle Due Sicilie era di gran lunga piu'ricco di tutti gli
    altri stati italiani messi assieme. Tutti soldi questi che furono
    incamerati dal Piemonte nel 1860 e poi interamente spesi e investiti in
    Piemonte (o comunque nel Nord).
    Per debellare la resistenza all'occupazione piemontese i Savoia fecero
    trucidare complessivamente circa un milione di persone dal 1861 al 1870.
    Visto che la popolazione delle Due Sicilie all'epoca ammontava a nove
    milioni scarsi (9.117.050 abitanti secondo il censimento del 1856) non mi
    sembra fuori luogo parlare di un vero e proprio tentativo di genocidio.
    E tu ne pensi tutto il bene possibile? Non ho parole.
    non+autenticato
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