Gaia Bottà

AT&T, la reputazione del pirata

L'ISP statunitense rimpingua il proprio arsenale antipirateria con una tecnologia per tracciare i comportamenti dei propri utenti e schedarli. Con lo scopo di proteggerli dai mali della Rete

Roma - L'accesso alla Rete reca con sé infinite possibilità, ma anche infiniti rischi: per questo motivo AT&T ha messo a punto una tecnologia capace di supportare gli utenti, e di prevenire che cadano vittima di cracker, o delle tentazioni della condivisione pirata di contenuti protetti da diritto d'autore.

La pirateria, in particolare, spiega AT&T, è un comportamento che, oltre ad essere illegale, ruba banda e sovraccarica il network dei fornitori di connettività: nessuna delle soluzioni messe a punto dall'industria dei contenuti ha mostrato di saper colpire il fenomeno, nessuna si è rivelata efficace nel limitare la condivisione selvaggia da parte degli utenti o degli "hacker" che prendano possesso del computer degli utenti per "intrattenersi nella pirateria di contenuti protetti da copyright". Per questo motivo AT&T, che da tempo ha scelto di schierarsi dalla parte dell'industria dei contenuti, sta lavorando attivamente ad un arsenale di strumenti capaci di individuare comportamenti sospetti monitorando le pratiche di uso della Rete dei propri utenti, di classificare questi comportamenti per contenerli a monte, filtrando il traffico inopportuno.

Fa parte di questa santabarbara la tecnologia descritta in un brevetto appena assegnato negli States: AT&T auspica di individuare i comportamenti indesiderati per i colossi dei contenuti, e soprattutto per sé, agendo proprio sugli effetti che questi comportamenti esercitano sul network. È così che l'abuso di banda corrisponderà ad una potenziale abitudine pirata, comportamento che verrà monitorato con l'eventuale obiettivo di reprimerlo, ponendo l'abbonato in una non meglio precisata quarantena.
AT&T descrive la tecnologia spiegando che l'analisi degli schemi d'utilizzo del network permette di classificare gli utenti assegnando dei punteggi che corrispondono alla loro reputazione, che contribuiscono a collocarli in certe categorie di rischio. Proprio l'assegnazione ad una categoria innesca ulteriori indagini basate anche su strumenti controversi come la Deep Packet Inspection, per entrare nel merito delle attività, e fa scattare eventuali contromisure per "proteggere gli utenti e l'infrastruttura dalle attività di rete ad alto rischio".

Misure che prevedono ad esempio l'avvertimento degli utenti, limitazioni nell'uso della Rete che possono comprendere il blocco dell'accesso a certi siti come quelli dedicati al "file sharing illegale", giudicati "risorse pericolose".

Non è dato sapere se AT&T intenda mettere a frutto la propria tecnologia, se abbia già studiato degli scenari d'uso: certo è che un sistema come quello descritto nel brevetto sembra rappresentare lo strumento adatto per realizzare il sogno proibito dell'industria dei contenuti statunitense. Se per ora il privato non sembra non poter amministrare disconnessioni se non passando dal parere di un giudice che decreti la colpevolezza di un utente che, intrattenendosi nel file sharing illegale, violi il contratto con il proprio fornitore di connettività, AT&T ha già espresso interpretazioni diverse in merito.

Gaia Bottà
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