Gaia Bottà

Netflix, questione di peering

Il servizio di streaming non paga Comcast per ottenere una corsia preferenziale: è un semplice accordo di interconnessione. Che non fa temere per la net neutrality ma fa riflettere sullo scenario del mercato statunitense

Roma - Nel 2013 si è stimato che Netflix, il servizio di intrattenimento in streaming capace di offrire contenuti che molti cittadini della Rete hanno preferito alla tv, valesse oltre il 30 per cento del traffico in downstream degli Stati Uniti: un servizio per cui è fondamentale poter fruire, sempre, della banda e della qualità in grado di supportare le abitudini degli utenti. Per questo motivo Netflix ha stipulato un contratto con Comcast, il maggiore ISP statunitense, intersecando in maniera più stretta la propria infrastruttura con quella del fornitore di connettività.

L'accordo, rivelato in anticipo sui tempi dai risultati ottenuti da chi ha compiuto una semplice analisi del traffico, è stato ufficializzato da un breve comunicato: le due aziende hanno stabilito quella che viene definita "una connessione più diretta", al fine di "offrire una migliore esperienza d'uso ai consumatori". In sostanza, Comcast e Netflix si sono impegnate in un accordo di peering a pagamento: Netflix non insedierà i propri server nei datacenter di Comcast, spiega il Wall Street Journal, ma connetterà i server di Netflix presso datacenter di terze parti. L'obiettivo è quello di ridurre le complicazioni dovute all'acquisizione di banda da intermediari, accordi che hanno mostrato di non funzionare a dovere, come testimoniano i sensibili rallentamenti del servizio accusati dai consumatori nei mesi scorsi.

L'accordo con Comcast, invece, dovrebbe assicurare la qualità del servizio per gli utenti di Netflix anche negli anni a venire, andando di pari passo con l'aumento del traffico dovuto a una massa di utenti destinata a crescere e a contenuti sempre più ingombranti da gestire. Nonostante non si conoscano le cifre in gioco, l'accordo stipulato fra Comcast e Netflix sembra concretizzare le istanze dei fornitori di connettività, che da tempo sottolineano come la responsabilità dell'aggiornamento delle infrastrutture debbano ricadere su coloro che vendono servizi che dalle infrastrutture chiedono troppo e troppo rapidamente. Netflix ha tentato di raggiungere degli accordi di collaborazione gratuita per peering e caching con alcuni piccoli provider, che hanno aderito al programma Open Connect, ma i grandi operatori si sono sempre opposti: questa fermezza (e, secondo alcuni, l'affermarsi di strategie come la penalizzazione del traffico afferente a Netflix), avrebbero garantito il buon esito dell'accordo.
"Netflix non riceve alcun trattamento preferenziale sul network", si assicura poi nel comunicato diramato dalle due aziende. Nonostante la veemenza con cui certa parte dei media statunitensi ha puntato il dito contro l'accordo chiamando in causa la net neutrality, il nodo della questione non si configura come un ennesimo attentato alla neutralità della rete, tanto che gli stessi attivisti che si battono per conservare una rete senza discriminazioni hanno da ridire sulla mancata trasparenza dell'accordo e sulle implicazioni in materia di concorrenza, piuttosto che sulle pratiche di interconnessione in sé, già ampiamente affermate e non regolamentate dalle disposizioni volte a tutelare l'apertura della rete.

Quello che preoccupa, invece, sono i nomi in campo: da una parte Netflix, un colosso incapace di garantire un servizio adeguato ai propri utenti gestendo la propria CDN senza l'aiuto di altri soggetti, dall'altra Comcast, in attesa dell'approvazione dell'acquisizione di Time Warner Cable e in attesa di guadagnare, nello scenario della connettività statunitense, una posizione tanto dominante da garantirle la possibilità di determinare l'andamento di un mercato dell'interconnessione sempre più affollato.

Gaia Bottà