Gabriele Niola

WebTheatre/ Il videogioco fuori dal videogioco

di G. Niola - Dal videogame germogliano prodotti audiovisivi che hanno una loro dignità e una loro identità. Passando attraverso la Rete

Roma - Solo la settimana scorsa parlando di Machinima e Warner si era sottolineato quanto il mondo del video in rete stringa rapporti proficui con quello della videoludica. YouTube, notoriamente, trabocca di video che hanno a che vedere con i videogame, siano essi webserie o video umoristici, siano recensioni, gameplay e via dicendo. Anche gli youtuber sempre di più parlano di videogiochi.
Ora Valve, una delle società più importanti nel mondo della videoludica (sia per il software che per l'hardware), posta online un documentario sul mondo dell'e-sport intorno a Dota 2 e Sony annuncia che produrrà una serie in esclusiva per Playstation.

Free To Play

Quel che accade è che, dopo circa 30 anni di diffusione di massa e più di 40 anni di vita, i videogiochi cominciano a generare pensiero indipendente al di fuori del loro ambito di competenza. Non solo la fusione delle diverse forme d'intrattenimento porta il cinema e la serialità ad attingere a personaggi resi noti dalla videoludica, ma ora i videogiochi in primis conquistano l'audiovisivo alla loro maniera, passando chiaramente da internet, il territorio a loro più favorevole.

Il documentario che Valve distribuisce online non è nemmeno il primo a tema videogiochi a uscire direttamente in rete, già Minecraft: the story of Mojang lo aveva fatto ed ora ha raggiunto un numero congruo di visualizzazioni (per essere quello che è: un lungometraggio su YouTube).
Da una parte si tratta della crescita di documentari videoludici con poca propensione ad universalizzare il tema, che non intendono cioè partire dai videogame per raccontare qualcosa di universale che possa interessare anche i non appassionati (come faceva Indie Game: the movie o ancora prima King of Kong), ma rimangono nella piccola cerchia dei conoscitori, un prodotto per sua natura di nicchia che si sfoga online. Dall'altra, un mezzo di distribuzione che lentamente prova ad adattarsi ai contenuti lunghi.
Non è detto che sia anche questo il caso ma storicamente i geek sono stati la testa d'ariete per qualsiasi nuova usanza in rete, gli early adopter di qualsiasi nuovo trend che poi, lentamente, si è moderato ed adattato anche al pubblico generalista.
Ma già la sola idea che Sony abbia commissionato una serie per la Playstation, una che abbia a che fare con i fumetti (cioè è tratta da Powers della Image), tanto per non cambiare universo di riferimento, conferma che al momento tutto il mondo videoludico sta cercando di allargarsi a quello filmico. E non più, come si diceva all'inizio, prestando i suoi trademark, né soltanto modificando i videogiochi stessi inserendo soluzioni da cinema, ma integrando i film, importando il lungometraggio come modalità espressiva per proporlo ai propri utenti.
Siano dunque documentari a tema distribuiti online, siano serie da mandare sulle console, il principio non è diverso.

FREE TO PLAY (THE MOVIE)


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