Claudio Tamburrino

USA, Corte Suprema contro i brevetti software

Invalidato un brevetto che rivendicava una pratica economica nota. Non basta aggiungere che un tocco di informatica per ottenere un'idea che resista in tribunale

Roma - La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato torto ad Alice Corp nel caso che la vede contrapposta a CLS Bank International, ritenendo invalidi i brevetti che l'accusa voleva contestare: di fatto il tribunale ha cambiato l'interpretazione dei requisiti di brevettabilità dei software e rafforzato il concetto di invalidità delle rivendicazioni di idee astratte.

Se la riforma del sistema brevettuale auspicata dalle grandi aziende ICT, dagli investitori, dalle startup e da parte dell'amministrazione Obama sembra essersi incagliata, è dunque il potere giudiziario ad intervenire sulla questione cercando di chiarire in senso restrittivo le norme che già ci sono, in modo da disinnescare alcune dei meccanismi più perversi attraverso cui gli strumenti della proprietà intellettuale vengono indebitamente sfruttati.

Certo, la direzione presa dalla nuova sentenza non va nella direzione che grandi aziende come Microsoft e IBM, intervenute come amicus brief a sostegno della tesi catastrofista secondo cui l'invalidazione dei brevetti in questione avrebbe causato un vero e proprio terremoto nell'attuale sistema, drammatico per gran parte dei brevetti in circolazione. Tuttavia le conseguenze non sembrano così drastiche, ma piuttosto la decisione sembra poter contribuire a creare un nuovo equilibrio a livello d'interpretazione delle regole vigenti.
Come è stato il caso Bilski per i brevetti sui metodi commerciali, insomma, la Corte Suprema ha colto l'occasione per intervenire sulla proprietà intellettuale sui software: il caso è quello che vede l'australiana Alice Corp accusare il sistema globale del cambio di violare quattro brevetti con cui rivendicava una forma di gestione finanziaria del rischio.

Il caso ha origine nel 2007, quando CLS Bank - giocando d'anticipo - ha denunciato Alice davanti alla Corte distrettuale della Columbia cercando di ottenere una dichiarazione di invalidità dei suoi brevetti: da allora il caso è arrivato fino alla Corte Suprema, dove hanno sfilato anche le aziende ITC interessare e preoccupate dalle valutazioni offerte dai giudici. Nelle appena 17 pagine che questi ultimi si prendono ora per motivare la decisione contraria all'azienda australiana si legge che la Corte ha ritenuto che i brevetti chiamati in causa altro non facevano che rivendicare il concetto di "accordo intermediato", cioè "una pratica economica fondamentale ben nota nel nostro sistema commerciale".

Essenzialmente, la Corte Suprema ha stabilito che non basta aggiungere un generico "tramite un computer" ad un'idea altrimenti astratta per conferirle il necessario requisito di brevettabilità. D'altronde, come sottolinea Electronic Frontier Foundation, sono spesso questo genere di brevetti eccessivamente vaghi e vasti ottenuti per mancanza di giusti paletti in fase di deposito a finire per essere sfruttati dai cosiddetti patent troll. Per questo, la Fondazione che si occupa di diritti digitali parla di un brutto giorno per i brutti brevetti.

Purtroppo nella decisione della Corte Suprema manca l'indicazione di un metodo dettagliato per stabilire quando l'intervento del computer è sufficientemente sostanziale per determinare la linea di demarcazione tra una mera idea astratta messa in pratica tramite computer ed un sistema informatico od una macchina in grado di realizzare qualcosa in maniera innovativa: un confine veramente difficile da definire e che sta facendo penare i giudici anche per i brevetti sui metodi commerciali dal caso Bilski in poi.

Claudio Tamburrino
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