Pause negate e stipendi ritardati, class action contro Apple

Sono 21mila gli ex dipendenti retail e degli Apple Store a scagliarsi contro Cupertino: fino al 2012, nessuna politica che garantisse i giusti ritmi di lavoro

Roma - Pause pranzo ritardate o addirittura negate, riposi mancati, stipendi accreditati dopo settimane: sono le accuse sulle quali poggia la class action intentata dagli ex dipendenti nei confronti di Apple, colpevole a loro dire di non rispettare le leggi della California. A far scattare l'ennesimo reclamo di gruppo è stata l'autorizzazione accordata dal giudice Ronald Prager della contea di San Diego, che ha riconosciuto valide le richieste dei lavoratori poiché la class action è "l'unica opportunità per dirimere la questione". Così ora la Mela dovrà difendersi dagli strali di oltre 21mila vecchi dipendenti del comparto Retail, degli Apple Store e, in misura minore, di ingegneri neolaureati.

Avviato nel 2011 da quattro lavoratori su base oraria che lamentavano l'impossibilità di godere la pausa pranzo e la puntualità nei pagamenti, il caso si è ingigantito con il via libera del giudice, allargando le rivendicazioni a decine di migliaia di ex dipendenti costretti, inoltre, a mantenere il riserbo sull'accaduto pena la perdita del posto.

I fatti si riferiscono al dicembre 2007 e le violazioni arriverebbero fino all'agosto del 2012, quando secondo il giudice Prager Apple ha introdotto una nuova politica volta a rispettare i diritti e le tempistiche dei lavoratori, che per le norme californiane prevedono una pausa di trenta minuti per turni di cinque ore, una seconda pausa per quelli compresi tra sei e dieci ore. Le stesse leggi indicano che il datore di lavoro deve risarcire il lavoratore pagando il giusto corrispettivo per ogni pasto o pausa saltata senza il tempestivo preavviso.
Un'altra grana milionaria in materia di lavoro per Apple (che non ha ancora rilasciato commenti in merito), che si aggiunge alla prima class action interna dovuta alle quotidiane perquisizioni di borse e zaini dei dipendenti degli Apple Store, e ai 325 milioni di dollari che Cupertino dovrà risarcire insieme a Google, Adobe e altre compagnie hi-tech della Silicon Valley per il tacito accordo mirato ad evitare l'impennata dei salari per ottenere i migliori lavoratori.

Alessio Caprodossi
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