Luca Annunziata

Silenzio, parla Snowden

Wired USA pubblica una lunga e articolata intervista all'ex-analista dell'NSA. Che racconta come è arrivato alla decisione di diventare una fonte per svelare gli abusi del suo datore di lavoro

Silenzio, parla SnowdenRoma - È forse la prima volta che Edward Snowden racconta qualcosa di più su sè stesso, divenuto quasi suo malgrado il protagonista dello scandalo globale noto come Datagate: lo fa al microfono e al taccuino di James Bamford, e spiega in centinaia di parole com'è arrivato da offrirsi volontario per andare in guerra per il suo paese a nemico pubblico indicato dalle più importanti cariche dell'Amministrazione USA come un "traditore" (lui si dice pronto a tornare e costituirsi, se ciò servisse: ma dubita che diventare un martire sarebbe davvero utile). Ma nel racconto di Snowden non ci sono contraddizioni: la strada che l'ha portato a diventare la figura più importante nel movimento di pensiero che sta mettendo in dubbio l'operato del Governo e l'intelligence statunitensi in materia di intercettazioni e invasione della privacy.


Tutto comincia nel 2001, nel racconto, anche se i ricordi si spingono più indietro fino all'infanzia di Snowden: ma è il giorno dell'attacco alle Twin Towers che qualcosa scatta nella mente del giovane (nato nel 1983, l'11 settembre di quell'anno ha 19 anni) e lo spinge tre anni più tardi a tentare la strada nelle forze speciali a stelle e strisce per contribuire allo sforzo bellico in Iraq. Una decisione che l'avrebbe portato nel 2013, 9 anni dopo, a vivere una vita da fuggitivo in Russia dopo le prime rivelazioni su PRISM: per arrivare a lui Bamford è dovuto passare attraverso avvocati e sostenitori di Snowden, e la sua permanenza a Mosca resta avvolta dal mistero, mentre l'hacker continua in questi mesi a tentare di coprire le sue tracce per evitare di venire intercettato o peggio catturato dagli USA.

Tra le rivelazioni più incredibili, che verrebbe da definire esilaranti se non fosse per il tema trattato, c'è il blackout della Rete avvenuto in Siria nel 2012 nel bel mezzo della Primavera Araba: non fu il regime a spegnere i router che garantivano il traffico Internet in entrata e uscita dal paese, bensì fu l'NSA a tentare un hack per intercettare tutto le comunicazioni provenienti dal Medioriente. Un hack finito molto male, con il codice iniettato nei router del punto di scambio preso di mira che finì per comprometterne il funzionamento: tutti pensavano a una mossa censoria, Snowden racconta del panico che si era impossessato dei suoi colleghi che temevano di non riuscire a coprire le proprie tracce. Alla fine tutto si dissolse in una bolla di sapone, visto che nessuno pensò di indagare su cosa fosse successo realmente. Ma fu anche quella un'occasione nella quale le convinzioni di Snowden furono messe a dura prova, logorandone la "fede" nella sua nazione (o, per meglio dire, su come veniva amministrata).
Dopo aver scalato, un gradino alla volta e quasi per caso, tutti i gradini che lo portarono fin nelle stanze del CIO e del CTO della NSA, Edward Snowden apprese pian piano come veniva gestita l'intelligence statunitense: sorveglianza globale, intercettazioni di cittadini USA e stranieri, dati e informazioni (non metadati, conversazioni complete di nomi e cognomi di tutti gli interlocutori) passati in chiaro ai servizi di altre nazioni, attacchi informatici indiscriminati a istituzioni pubbliche e private di altri paesi. La goccia che fece traboccare il vaso fu il programma MonsterMind: una rete di monitoraggio per intercettare e fermare gli attacchi provenienti da fuori dei confini della Rete USA, ma con in più la capacità di rispondere all'attacco in modo automatico. Il problema, dice Snowden, è che raramente l'attacco proviene realmente dal paese che lo ha lanciato, spesso viene deviato attraverso reti e server altrui: cosa sarebbe successo se si fosse colpita la Russia invece della Cina in una circostanza del genere? Il rischio delle rappresaglie indiscriminate si sarebbe fatto imprevedibile, e tutto per colpa di un dispositivo automatico che ricorda paradossalmente il film di Kubrick "Il Dottor Stranamore".

Ci sono due considerazioni finali da affrontare al termine dell'intervista di Snowden. La prima è che, stando a quanto riferisce l'analista, nessuno all'NSA ha un'idea precisa di quanto ampia sia la mole di informazioni prelevate, pressoché indisturbato, da Edward. E ciò nonostante le tracce che egli dice di aver lasciato, ma che fino a questo punto pare siano state ignorate o nessuno sia stato in grado di individuare. La seconda è che pare proprio che Snowden non sia il solo a stare svelando i segreti dei Servizi Segreti USA: c'è qualcun altro che sta raccontando quello che sa, e forse lo sta facendo proprio spinto dal gesto di Edward. Forse non basterà a convincere davvero la politica USA a un processo di moralizzazione: Snowden confida di più nella tecnologia, e nella sensibilizzazione del pubblico che potrebbe iniziare a esigere maggiori garanzie sul piano della riservatezza delle proprie comunicazioni.

Luca Annunziata
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