Claudio Tamburrino

Gli USA multano Samsung per il Made in China

Errori di comunicazione sulle fabbriche impiegate nella produzione costano 2,3 milioni di dollari. L'azienda coreana decide di pagare per evitare un processo. Questione di sicurezza nazionale

Roma - Samsung ha raggiunto un accordo con il Dipartimento della Giustizia statunitense per archiviare le accuse legate al luogo di produzione dei suoi device ed a presunte false dichiarazione a tal proposito. Il procedimento era stato avviato nei suoi confronti in base al Trade Agreements Act (TAA) del 1979: questa normativa stabilisce priorità commerciali nei confronti di alcuni Paesi a cui gli USA riconoscono il commercio equo, ed attraverso la General Service Administration (GSA) raggiunge con i rispettivi produttori locali di beni e servizi simili accordi commerciali che qualsiasi agenzia federale può sfruttare per i suoi acquisti.

Essendo un contratto basato sulla provenienza geografica di un prodotto, il fornitore deve certificarne l'origine e garantire che i suoi rivenditori facciano lo stesso. Secondo le accuse ora mosse dalle autorità, proprio da questo punto di vista Samsung avrebbe commesso degli errori: pur promettendo di fornire solo device con i necessari requisiti, tra il gennaio 2005 e l'agosto 2013 avrebbe ceduto ai suoi rivenditori dispositivi con un paese d'origine non conforme a quelli previsti dai requisiti TAA.

In particolare i device di Samsung sarebbero dovuti essere stati prodotti in Corea o Messico, mentre al contrario provenivano dalla Cina. Così, l'ispettore generale dalle GSA è intervenuta sulla questione ritenendo "inaccettabile la vendita non autorizzata di dispositivi elettronici stranieri negli Stati Uniti". La questione potrebbe avere anche implicazioni per la sicurezza, motivo per il quale la faccenda assume una certa rilevanza.
Per veder archiviare l'accusa di aver fornito false informazioni alle autorità, e chiudere il caso prima che assumesse le forme di un vero e proprio processo, Samsung ha deciso di pagare 2,3 milioni di dollari.

Claudio Tamburrino
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