Claudio Tamburrino

Internet, la Turchia cerca il controllo

Mentre Istanbul ospitava l'internet Governance Forum, Erdogan preparava il nuovo chiodo da piantare sulla bara della libertà online: multe più salate e blocchi più immediati per i siti ritenuti contro la legge

Roma - Appena sparecchiati i tavoli del nono incontro annuale dell'Internet Governance Forum, che la scorsa settimana dal 2 al 5 settembre si è tenuto a Istanbul e ha visto l'incontro tra rappresentanti di governi, gruppi di interesse e aziende per parlare della Rete e della sua gestione, Erdogan è tornato a metter mano alla legislazione relativa ad Internet, stringendo le corde con cui controlla la Rete.

Mentre a Istanbul si parlava di libertà di espressione, amministrazione tecnica di Internet e responsabilità dell'ICANN, il paese era alle prese con una dura repressione delle attività online: dopo che il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan si è battuto in prima persona contro servizi come Twitter e YouTube, 29 persone sono in attesa di processo per aver postato su Twitter critiche nei confronti del Governo.

In particolare, dal 2007, la legge numero 5651 regola l'attività degli Internet Service Provider, prevedendo la possibilità di bloccare i siti con hosting fuori dalla Turchia anche solo per il semplice sospetto di ospitare otto possibili categorie di contenuti proibiti (da immagini pedopornografiche al gioco d'azzardo al vilipendio del Padre della nazione Mustafa Kemal Ataturk). Successivamente - in concomitanza con le proteste di piazza che hanno infiammato Istanbul - il Governo è intervenuto anche sulla sorveglianza, dando maggiori poteri all'agenzia di spionaggio MİT (Milli İstihbarat Teşkilatı), e sulla censura dei contenuti online con una durezza che ha fatto parlare i critici di vere e proprie violazioni della privacy e dei diritti umani dei cittadini turchi.
Così, anche se ad aprile una sentenza della Corte Costituzionale ha rimosso il blocco di Twitter e YouTube, definito "arbitrario, illegale ed una seria restrizione del diritto all'informazione", la situazione nel paese della libertà di espressione online è rimasta critica.

Anche per questo all'annuncio della decisione di scegliere la Turchia come prossima sede dell'incontro internazionale non pochi avevano storto il naso e annunciato il boicottaggio, mentre associazioni come< Reporter Senza Frontiere, l'associazione dei giornalisti Turchi (TGC), Alternative Informatics Association (AIA), Amnesty International e Human Rights Watch hanno colto l'occasione per incontrarsi nei paese in conferenze alternative per parlare della censura adottata dal governo di Erdogan. Inoltre, fuori dai palazzi ufficiali del Forum, le organizzazioni per i diritti umani hanno dato vita a manifestazioni per protestare contro la contraddizione della scelta della sede per ospitare il dibattito che affronta anche i temi della libertà online, nonché della situazione dei 29 cittadini in attesa di giudizio per qualcosa scritto su Twitter.

Nonostante questo, Erdogan non si è fermato dai suoi propositi e, da ultimo, ha adottato un emendamento che ha esteso i poteri di controllo online da parte dell'agenzia per le telecomunicazioni TİB che può ora chiedere di bloccare l'accesso a determinati siti o contenuti senza bisogno di passare attraverso il vaglio di un giudice.
Inoltre, la multa massima con cui possono essere puniti i trasgressori è stata elevata fino a superare i 17mila euro.

Claudio Tamburrino
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