Gabriele Niola

WebTheatre/ YouTube, bacino di pesca

di G. Niola - In Italia è difficile fare soldi sul Tubo, è pressoché impossibile farsi sponsorizzare. E allora, c'è chi ci investe nell'auspicio di farsi notare da altri media come cinema e TV

Roma - Due settimane fa è finito Esami, webserie esplosa come un colpo di fucile 7 mesi fa e che in quasi metà anno è passata da zero ad almeno 200mila visualizzazioni ad episodio, un fenomeno inedito e difficilmente replicabile che ha lanciato l'ideatore e protagonista Edoardo Ferrario, assieme al team che l'ha realizzata (Maurizio Montesi e Matteo Keffer). In grado di conquistare un pubblico folto già dalla prima puntata, la webserie è l'esempio perfetto di quale sia il problema attuale del video in rete al momento (in generale ma in Italia in particolare), ovvero il suo essere inevitabilmente piattaforma di transizione.

Esami

Con l'ultimo episodio Esami ha chiuso un ciclo che ha potuto vantare partecipazioni di personaggi della televisione (Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti), del cinema (Stefano Fresi, la prima volta che un attore candidato ad un David di Donatello partecipa ad una webserie autofinanziata) e di internet stessa (Luigi di Capua di ThePills), un trionfo in tutti i sensi. Eppure è difficile che il medesimo team torni a lavorare su internet.

Montesi, Keffer e Ferrario avevano scelto di puntare su internet invece che provare a vendere in maniera più canonica, ad un canale televisivo, gli episodi che già avevano girato, perché credevano che così avrebbero potuto gestire molto meglio l'idea sulla quale avevano deciso di investire. La decisione si è rivelata più che corretta, il format infatti ha subito molte piccole variazioni tra la sua ideazione e la prima pubblicazione che forse sarebbe stato più complesso far passare al vaglio di una produzione televisiva, e difficilmente un canale tv gli avrebbe dato un posizionamento buono. Di contro non hanno monetizzato nulla, più di un anno di lavoro non ha portato nessun ritorno economico diretto, un po' per la natura del mezzo, un po' per scelta degli autori (nessuna pubblicità, nessuna partnership con YouTube, nessun merchandising, nessuna seconda distribuzione), i quali non volevano contaminare qualcosa che fin dall'inizio era nato per farsi notare e non per far soldi.
E proprio quest'idea ora li ha messi in contatto con diverse produzioni e canali di distribuzione che non c'entrano nulla con la rete e con i quali (è molto probabile) porteranno avanti progetti che prescindono da YouTube. È più o meno lo stesso iter che stanno seguendo ThePills (quest'anno finiti anche in tv oltre che online e sempre più coinvolti da attività e proposte cine-televisive) e che altri talenti di internet hanno battuto (Ludovico Bessegato e La Buoncostume esordiranno martedì 23 settembre su Rai3 con Il candidato, una serie comica con Filippo Timi). Il motivo non è difficile da intuire: online non ci sono soldi e la gente deve pur campare.
YouTube sta scoprendo i talenti più interessanti senza trattenerne nemmeno uno. Tra i molti sembra che online solo TheJackaL si trovino a loro agio economicamente e che riescano a coniugare una forte produzione per la rete con il sostentamento.

Mentre in America i diversi numeri sviluppati (anche per un bacino di utenza che non si ferma al confine del proprio stato) consentono a moltissimi di pensare e produrre esclusivamente online (lo sanno bene quelli di Pemberley, autori di Lizzie Benneth, o il grande Freddie Wong di Videogame High School) in Italia è fuori discussione. I soldi che vengono da YouTube funzionano bene solo per i singoli (nel 10 per cento dei casi migliori), ma già se va retribuito un team sono totalmente insufficienti, e dall'altra parte il sistema d'investimento privato (sponsor) che poi è quello che sostiene la televisione, non è abbastanza sviluppato. Succo del discorso: YouTube diventa un cassone in cui i canali televisivi o le produzioni cinematografiche pescano talenti a basso prezzo. Atteggiamento predatorio e arrogante ma anche comprensibile, che tuttavia non conviene a nessuno, né ai talenti in questione (che in un mercato più sviluppato potrebbero gestire meglio i propri guadagni) né agli utenti o spettatori (che perdendo una webserie guadagnano un programma televisivo di certo meno audace e libero).

ESAMI - DOPPI INCARICHI


Gabriele Niola
Il blog di G.N.

I precedenti scenari di G.N. sono disponibili a questo indirizzo
Notizie collegate