Gaia Bottà

Lavoro IT, anche Oracle nel cartello?

Un lavoratore sporge denuncia nei confronti di Oracle: l'azienda dovrebbe essere giudicata nell'alveo del processo che vede sotto accusa il cartello della Silicon Valley, unito nel non farsi concorrenza nelle assunzioni

Roma - Gli accordi di non assunzione stipulati fra i colossi della Silicon Valley sono già oggetto di rivendicazione da parte dei lavoratori del settore IT, costretti a rassegnarsi a condizioni uniformi per i contratti e a limitate prospettive di crescita professionale: la rete degli accordi sembra ora infittirsi, con la denuncia depositata da un ex dipendente di Oracle.

A muovere le accuse è tale Greg Garrison, che dal dicembre 2008 al giugno 2009 è stato operativo nella divisione commerciale dedicata a Crystal Ball del colosso dei database. Garrison lamenta di essere stato danneggiato da certi accordi informali in essere tra Oracle, Google, Microsoft e altri soggetti, che avrebbero prevenuto i reclutamenti incrociati e avrebbero previsto che le aziende informassero la concorrenza prima di evenutali assunzioni. La mancata competizione in materia di personale fra le aziende, il conseguente appiattimento delle possibilità di mobilità per i lavoratori, avrebbe secondo Garrison innescato "effetti cumulativi negativi" per l'intera categoria dei lavoratori IT.

Secondo Garrsion, il comportamento di Oracle sarebbe da ricodurre a quello tenuto dalle altre aziende già sotto accusa, da Google ad Apple, passando per Adobe e Intel: per questo motivo l'autore della denuncia vorrebbe ottenere per il suo caso lo status di class action e vorrebbe venisse discusso in tribunale nell'alveo del processo che, a partire dal 2011, sta valutando la posizione delle altre aziende IT.
Tra le scottanti rivelazioni emerse riguardo alle pratiche adottate dalle aziende per tenere a bada gli stipendi e per ammorbidire la concorrenza, i colossi della Silicon Valley stanno tentando di trovare un accordo con i lavoratori che hanno aderito alla class action. Una prima proposta di pacificazione, del valore di 324,5 milioni di dollari, corrispondenti a circa 3.750 dollari di rimborso per ogni partecipante, al netto degli 81 milioni di dollari di spese legali, era stata respinta proprio dal giudice incaricato di valutare il caso, ritenuta irragionevolmente bassa: se le aziende si sono già opposte al rifiuto del giudice Koh per difendere la loro offerta, sono ora i lavoratori a non essere più disposti ad accettare un risarcimento che hanno concrete speranze di rimpolpare.

Gaia Bottà
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