Gaia Bottà

Spotify cavalca l'onda dello streaming

Gli abbonati paganti, una percentuale ridotta della platea, hanno garantito entrate sufficienti a incoraggiare Spotify ad investire per aumentare il proprio vantaggio sui colossi della Rete. In attesa di misurarlo con i numeri del 2014

Roma - Le perdite, dovute a investimenti e acquisizioni, aumentano, ma il fatturato galoppa, sferzato da un numero sempre maggiore di abbonamenti: Spotify sta approfittando appieno dei favori del mercato, e il pareggio del bilancio si profila sempre più nettamente.

A fotografare la situazione di Spotify è un documento che l'azienda svedese ha depositato presso le autorità lussemburghesi, nel quale descrive nei dettagli la situazione finanziaria per il 2012 e il 2013, gli anni che hanno preceduto quella che i dati di mercato stanno delineando come un'esplosione dei servizi di musica in streaming, tanto per mercati maturi come gli States quanto per mercati peculiari come quello italiano. Prima ancora che i colossi della Rete compissero mosse concrete per ritagliarsi una posizione in questo settore, Spotify prendeva atto di un quadro più che promettente, del profilarsi di una congiuntura in cui il modello di business adottato potrebbe a breve rivelarsi profittevole.

Nei dettagli, il fatturato è aumentato del 74 per cento tra il 2012 e il 2013, a raggiungere i 747 milioni di euro: a garantire questa crescita vorticosa, l'altrettanto vorticosa crescita del numero di utenti, che alla fine del 2013 si contava in una platea di 36 milioni, in crescita del 39 per cento rispetto all'anno precedente. Le entrate che il modello di business di Spotify ha saputo garantire alla fine del 2013 pesano decisamente a favore degli abbonamenti: 679 milioni di euro, a fronte dei 68 milioni di euro ascrivibili all'advertising. Se nel 2013 gli abbonati paganti erano 8 milioni, il 25 per cento del totale, secondo le informazioni rilasciate di recente dal CEO Daniel Ek, gli utenti paganti hanno raggiunto i 12,5 milioni, a fronte di 37,5 milioni di utenti che sfruttano il servizio con il supporto della pubblicità. Si tratta di numeri che giustificano la fiducia nutrita dal CEO di Spotify nei confronti dell'attrattiva esercitata da un modello di business freemium, capace di coinvolgere giovani utenti cresciuti negli anni d'oro della condivisione in Rete, utenti che, spiegava, "non si sarebbero mai aspettati di pagare per la musica".
È per conquistare una consistente base di utenti e per tentare di convertirli in un pubblico pagante che Spotify si dimostra prodigo di investimenti: se le royalty pagate agli artisti e ai detentori dei diritti aumentano in valore assoluto (dai 521 milioni del 2012 ai 768 milioni del 2013), ma diminuiscono se rapportate al fatturato (dal 90,5 per cento del 2012 all'82,5 per cento del 2013), alle spese non ordinarie si attribuiscono le perdite operative fatte segnare nel 2013, pari a 93,1 milioni di euro, in crescita del 16,4 per cento rispetto al 2012. Spotify ha ad esempio stanziato 55 milioni di euro per l'acquisizione del servizio di analisi The Echo Nest, formalizzata nel marzo 2014, ha spinto sul mobile e raddoppiato le spese ascrivibili al marketing, con l'obiettivo di cavalcare le reazioni positive del pubblico per guadagnarsi una posizione stabile in un mercato in cui i colossi della Rete hanno solo di recente mosso i primi passi. Google, con la piena operatività di YouTube Music Key, e Apple, con il servizio in cui incanalerà la propria acquisizione Beats, inizieranno ad accogliere le masse di utenti solo nei prossimi mesi: Spotify, al termine del 2014, potrà già apprezzare il valore monetario dell'esplosione del consumo di musica in streaming.

Gaia Bottà
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