Gaia Bottà

Streaming, le note stonate

Certa parte dell'industria della musica vorrebbe che i servizi come Spotify facessero di più per convertire gli utenti in abbonati paganti. Universal starebbe negoziando per limitare la fruizione gratuita

Roma - Proporre la musica come servizio, offrire agli utenti la possibilità di consumare illimitatamente l'accompagnamento musicale alla propria giornata dà i propri frutti: il modello dello streaming si sta prepotentemente affermando sul mercato, ma l'industria della musica avrebbe tutta l'intenzione di plasmarlo a proprio piacimento.

Non tutto lo streaming musicale, in effetti, offre ai detentori dei diritti lo stesso rapporto tra costi e benefici: a dimostrarlo ci sono i dati rilevati su certi mercati dalla stessa industria della musica, che evidenziano la disparità tra il fatturato afferente ai servizi su abbonamento e i denari raccolti dalle proposte supportate dall'advertising. Se sul mercato italiano si osserva una sostanziale parità fra le entrate garantite dai due tipi di offerta, il report RIAA relativo al 2014 del mercato statunitense illustra un quadro più radicalizzato e complesso, nel quale giocano un ruolo anche le internet radio come Pandora, che costituicono categoria a sé: a fronte di un fatturato di 799 milioni di dollari incamerato con gli abbonamenti, il giro di affari generato dal versante free dei servizi freemium, fondato sull'advertising, si limita a 295 milioni di dollari.

Sono questi numeri che sembrano poter dare un fondamento alle indiscrezioni raccolte dal Financial Times: secondo fonti consultate dal quotidiano, Universal Music Group starebbe cercando di negoziare con Spotify una compressione dell'offerta gratuita. Senza ripercorere le orme reazionarie di Taylor Swift e della propria dipartita da Spotify, Universal vorrebbe che il servizio di streaming ridimensionasse le libertà garantite agli utenti del servizio free: il fatto che per la versione gratuita Spotify limiti il servizio mobile e l'ascolto offline non sarebbero un incoraggiamento abbastanza convincente alla conversione degli utenti in abbonati paganti. L'obiettivo che Universal ha già annunciato pubblicamente di voler raggiungere, vale a dire la transizione del mercato verso il modello dello streaming a pagamento, nel corso delle negoziazioni delle licenze si starebbe perseguendo con la richiesta dell'introduzione di soglie nei tempi di fruizione gratuita.
"È chiaro - ha dichiarato la fonte vicino a Universal - che la chiave del successo per gli artisti, i consumatori e pure per Spotify risieda nello sviluppare un'offerta che sappia spingere un numero maggiore di utenti verso la proposta a pagamento".
La prospettiva di esercitare una maggiore pressione sugli utenti del servizio gratuito sarebbe gradita anche ad altre major, secondo fonti a cui dà voce Rolling Stone, che però non azzarda ad etichettare l'etichetta. E se questa pretesa è sotterranea anche nelle indiscrezioni che accompagnano il futuro del lancio del servizio di streaming Apple, per cui le major starebbero premendo per un'offerta non più economica rispetto alla concorrenza, le intenzioni dell'industria si mostrano esplicitamente nelle dichiarazioni dello chief executive di Ministry Of Sound Lohan Presencer, che bolla il modello freemium come "non sostenibile e non tollerabile" poiché "il 75 per cento degli utenti dei servizi di streaming aderisce al modello free e la questione ha un orrendo impatto sull'industria della musica e sulla sua capacità di investire nel futuro dei suoi talenti".

Spotify, dal canto suo, non si mostra intimidita dalle richieste dell'industria, convinta che l'equilibrio raggiunto ora sappia da un lato contenere la fruizione illegale, dall'altro incoraggiare gli utenti ad aderire alle proposte su abbonamento: "non abbiamo intenzione di destabilizzarlo - ha spiegato il dirigente dell'azienda Jonathan Forster al Financial Times - Crediamo che questo modello funzioni".

Gaia Bottà
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