Claudio Tamburrino

India, cade un mattone della censura online

Dichiarata incostituzionale la normativa che minacciava con la galera chiunque pubblicasse contenuti violenti o utilizzasse nomi falsi per l'invio di email

Roma - La Corte Suprema indiana ha dichiarato incostituzionale degli articoli di una legge che limitavano fortemente la libertà online dei cittadini del Paese.

Secondo quanto riportano le fonti locali, ad essere stroncata dai giudici è stata la Sezione 66A della legge che vigila sulla Rete e sulle comunicazioni: la controversa legge approvata nel 2000 permetteva alle autorità di minacciare con la galera i cittadini colpevoli di aver pubblicato online contenuti proibiti.

In particolare, obiettivo della normativa era quello di colpire chiunque inviasse attraverso risorse informatiche o dispositivi di comunicazione delle "informazioni estremamente offensive o di carattere minaccioso", "informazioni consapevolmente false, col l'obiettivo di causare fastidio, disagi, pericolo, difficoltà, ingiurie, o di intimidire, creare ostacoli o minacciare" oppure inviare messaggi email "con lo scopo di creare disagi e fastidi o ingannando circa la provenienza della stessa od il mittente di tale messaggio".
Per tutte queste varie fattispecie la normativa prevedeva una pena fino a tre anni ed una multa.
Tale impostazione assolutamente vaga e generica, capace di prestare il fianco ad una estrema discrezionalità, aveva in più occasioni - come afferma lo stesso ministro indiano alle Telecomunicazioni - portato ad un suo abuso, tanto che già nel 2012 ne era stata chiesta la revisione in seguito all'arresto di due ragazze per un post su Facebook.

Proprio questo episodio - anche se nel frattempo le due teenager sono state scarcerate - è stato cavalcato da una studentessa di legge - Shreya Singhal - per presentare il ricorso contro la normativa che ha ora condotto alla sua dichiarazione di incostituzionalità.

Questa normativa, peraltro, si somma alle altre possibilità di controllo sulla Rete offerte dalla legge alle autorità locali: in base alla Sezione 69 A, per esempio, il ministero indiano delle Telecomunicazioni può bloccare siti identificati dalla squadra anti-terrorismo come contenenti messaggi a sostegno degli estremismi e contenenti messaggi che attentino alla sicurezza nazionale. Questa previsione, che non differisce molto da quanto le autorità italiane si apprestano a disporre, fin dai primi anni della sua entrata in vigore aveva dato origine a censure generalizzate, e nel mese di gennaio ha determinato il blocco di 32 siti Internet, tra cui la piattaforma di user-generated video Vimeo, gli archivi per la condivisione di codice Github e Sourceforge, ma anche Pastebin e Internet Archive.

Inoltre rimangono all'interno del codice penale indiano diverse disposizioni che ancora minacciano la libertà online dei cittadini e restringono la loro libertà di espressione online. La sentenza di incostituzionalità ora emessa non interagisce con tale impianto, ma secondo gli osservatori, fra cui Amnesty e EFF, può rappresentare il primo segnale di cambiamento nel paese.

Claudio Tamburrino
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