Claudio Tamburrino

Google, trasparenza sull'oblio

Mountain View pubblica nuovi dati e dettagli sull'applicazione del diritto all'oblio. E il suo modus operandi trova incontra spesso il favore dei Garanti della Privacy

Roma - Google ha pubblicato un nuovo resoconto delle richieste ricevute, degli URL esaminati e di quelli effettivamente rimossi in base all'applicazione europea del diritto alla privacy che assume il nome di diritto all'oblio.

Google è il principale soggetto costretto ad intervenire sulle informazioni indicizzate sulla base della nuova declinazione della privacy adottata in Europa a partire dalla decisione emessa dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea lo scorso anno: con diritto all'oblio si intende, in generale, quella delicata forma di diritto alla privacy che consente di veder "dimenticati" (concretamente: de-indicizzati dai motori di ricerca) alcune notizie ed episodi che secondo il diretto interessato dovrebbero rimanere sepolti nel passato.

Si tratta evidentemente di trovare un equilibrio tra diritto alla cronaca e quello alla privacy, nel quale a far da discriminante dovrebbero essere i concetti di non rilevanza e non attualità, concetti tuttavia generici e su cui è necessario un confronto. Per questo, nel momento della sua adozione e prima della sua applicazione, vi sono state consultazioni e si è cercato di tracciare linee guida per delineare più precisamente tale confine. Ma sono le scelte fatte nella pratica a contare.
Per tutta l'Europa Google afferma di aver ricevuto più di 254mila richieste di rimozione relative a 922.630 URL, il 41,3 per cento delle quali hanno portato effettivamente ad una rimozione. Di queste, nel dettaglio, più di 19mila sono arrivate dall'Italia.

Italia

In generale, poi, risulta che nel 58,7 per cento dei casi le richieste di rimozione riguardino già episodi di invasione della privacy della persona, con a seguire (11,2 per cento dei casi) casi che rischiano di rovinare la reputazione di una persona. Gli scambi di identità (3,2 per cento), le violazioni della presunzione di innocenza (1,3 per cento), le omonimie (1 per cento) ed i casi legati ai decessi costituiscono invece una parte davvero piccola del totale.

Mountain View offre anche qualche esempio dei casi che le sono stati sottoposti (naturalmente omettendo i nomi interessati): ha respinto la richiesta italiana di una persona che voleva veder rimossi 20 link ad articoli recenti sul suo arresto per reati finanziari commessi in ambito professionale; quella di un professionista dei media britannico che chiedeva la rimozione di quattro link ad articoli relativi a contenuti imbarazzanti pubblicati da lui stesso, così come un'altra richiesta dal Regno Unito di una persona che chiedeva di rimuovere link ad articoli su Internet in cui viene citato il suo licenziamento per reati sessuali commessi sul posto di lavoro o quella di un sacerdote che voleva veder dimenticate le notizie che lo collegavano ad abusi sessuali.

Al contrario, è stata accolta in Germania la richiesta di rimozione da parte di una vittima di stupro del link a un articolo relativo al reato e una richiesta belga da parte di una persona che voleva far dimenticare una sua partecipazione da minorenne ad un concorso. Dall'Italia, inoltre, una donna ha chiesto di rimuovere un articolo risalente a decenni fa, relativo all'omicidio del marito, in cui era citato il suo nome, con Google che ha provveduto a rimuovere la pagina dai risultati di ricerca che vi facessero riferimento.

Google, in pratica, opera una vera e propria scelta morale, giudicando il valore che una notizia può avere per la comunità rispetto agli interessi del singolo. E in questo suo dovere-non dovere legato al bilanciamento di due interessi contrapposti - peraltro - a Mountain View è stato spesso riconosciuto il benestare delle autorità: dall'Italia alla Finlandia, i garanti della privacy si sono trovati d'accordo con Mountain View nel negare ai cittadini la pretesa di essere dimenticati.

Claudio Tamburrino
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