Alfonso Maruccia

Console, la Cina è pronta a mettersi in gioco

Le autorità di Pechino annunciano la fine delle restrizioni sulla vendita di console videoludiche nel paese, aprendo potenzialmente le porte a un nuovo mercato per i piccoli e grandi player di mercato

Roma - La Cina è (più) vicina, almeno per quanto riguarda l'hardware dedicato alle applicazioni videoludiche: a comunicare la notizia è stato il Ministero della Cultura di Pechino, annunciando ufficialmente la fine del bando alla vendita delle console da gioco che in Cina durava da ben 15 anni.

Il divieto di vendere console nel paese asiatico era stato imposto nel 2000, e giustificato con il rischio di possibili effetti negativi sullo sviluppo psicologico delle giovani menti cinesi causati dai mondi virtuali dei giochi con grafica 3D sempre più avanzata e realistica. Quella grafica 3D e quei "simulmondi" virtuali i giovani cinesi li hanno ovviamente sperimentati lo stesso, in tutti questi anni, adoperando i PC in luogo delle console da salotto e sviluppando una passione per i titoli massivi online (MMOG) che ha pochi pari nel resto del mondo che videogioca.

La Cina si era già timidamente aperta all'invasione delle console qualche anno fa, istituendo un permesso speciale di commercializzazione nella zona di libero scambio a Shanghai: anche in questo sussistevano però limiti significativi e controlli stringenti sulla produzione - obbligatoriamente in loco - il controllo e la vendita di ogni singola macchina ludica da proporre agli utenti finali.
L'eliminazione completa del bando sulle console arriva come corollario a una "invasione" già avviata qualche tempo fa, con lo sbarco delle principali protagoniste della nuova generazione (PS4 e Xbox One) e un'accoglienza da parte del pubblico che è stata tutto fuorché entusiasta.
Proprio la capacità delle nuove macchine ludiche da salotto di farsi largo in un mercato come quello cinese, da anni assuefatto al gioco su PC, ai MMOG e - negli ultimi anni - ai gadget mobile, rappresenta l'incognita tutta da verificare dopo la fine del bando di Pechino.

Alfonso Maruccia
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