Luca Annunziata

Canonical e IBM, l'unione fa il mainframe

Big Blue crea una linea di super-computer che monta la distribuzione Linux Ubuntu. Vantaggi per entrambi i marchi

Roma - Si chiama LinuxOne il risultato degli sforzi congiunti di IBM e Canonical: è un mainframe disponibile in due modelli, chiamati suggestivamente come due diverse specie di pinguini (Imperatore e Rockhopper), equipaggiato con l'allestimento z13 della linea di Big Blue abbinato alla celebre distribuzione Linux Ubuntu. Il risultato è un prodotto che strizza l'occhio al panorama open source, ma mantiene piena compatibilità con il software e i servizi tipici del pubblico che si rivolge a IBM.

Sul piano hardware LinuxOne è un prodotto conosciuto: è basato su una tecnologia IBM che prevede un'unità elaborativa da circa 4 miliardi di transitor, realizzata con tecnologia CMOS SoI a 22nm con frequenze che arrivano fino a 5,2GHz. L'architettura IBM è allo stato dell'arte, con la possibilità di eseguire istruzioni fuori ordine, supporto a memoria RAM DDR3 con un meccanismo di protezione dagli errori analogo a quello tipico del protocollo RAID per gli archivi dati, e un controller avanzato per lo storage che è basato sulla stessa unità elaborativa del processore.

L'idea di piazzare Ubuntu a bordo di un mainframe è legato all'idea di allargare a celebri software open source l'offerta della linea Z: database popolari come MongoDB o MariaDB ad esempio sono ora facilmente alla portata dei prodotti LinuxOne, che si rivolgono allo stesso pubblico attuale di server Linux che conta magari anche organizzazioni, aziende e società che pensano di aumentare la propria potenza di calcolo dotandosi di un mainframe (che può essere sia acquistato, sia "noleggiato" con formule simili a quelle del cloud computing).
Vista la relativa esiguità del mercato mainframe, oggi relegato ai margini della ribalta tecnologica ma tutt'altro che sulla via dell'estinzione, a guadagnarci di più però è senza dubbio Canonical: essere diventata un partner di IBM in un progetto di tale portata accredita l'azienda creatrice della distro Ubuntu come un marchio su cui fare affidamento, e indirettamente fornirà senza dubbio una certa autorevolezza al marchio Canonical. Allo stesso modo, la popolarità di Ubuntu nell'open source avvicinerà il marchio dell'azienda di Armonk a un territorio che fino a oggi non ha sempre mostrato molta confidenza con la sua offerta.

Non a caso IBM è un partner significativo anche del nuovo progetto Open Mainframe lanciato dalla Linux Foundation: Big Blue ha già contribuito con 250mila linee di codice, a testimonianza della crescente importanza che Linux sta acquisendo anche in questo comparto.

Luca Annunziata
2 Commenti alla Notizia Canonical e IBM, l'unione fa il mainframe
Ordina
  • Hai ragione, i server x86 oramai hanno costi più che abbordabili, ma il target è molto diverso da quello di questi mainframe, che vengono utilizzati solitamente per far girare grossi database da istituzioni che manipolano quantità enormi di dati, vale a dire banche, istituzioni finanziarie, governo, enti di ricerca, ecc.
    Nell'articolo originale di Techcrunch una fonte IBM riportava che IBM stessa vende in un anno una 60ina di questi sistemi in tutto il mondo, per dare giusto un riferimento.
    Non ha molto senso confrontarli con macchine x86, perché non sono nemmeno parenti
    non+autenticato
  • Si tratta di capire i costi al solito, oggi server x86 di livello industriale si comprano a prezzi molto abbordabili.
    Qui ho visto cifre riporatae che parlano dai 75k$ ai 2M$, ora ce ne vuole prima di giustificare costi a questi livelli.
    non+autenticato