Gaia Bottà

Popcorn Time, dalla padella allo scoppio

L'ideatore del software capace di trasformare il P2P in streaming si racconta, dalle origini alle lusinghe del cybercrime, passando per le pressioni dell'industria dei contenuti. Sono altri, ora, a farsi carico delle conseguenze di un'idea esplosiva

Roma - Forse per prendere le distanze dalla creatura da cui si è separato dopo pochi giorni di vita, forse proprio per cavalcare la popolarità della sua idea e del codice che ha contribuito a creare, il primo sviluppatore di Popcorn Time ha calato la maschera in una intervista rilasciata al sito norvegese DN.no e rilanciata da TorrentFreak, per raccontare le origini del software che si è diventato il nuovo obiettivo delle crociate di Hollywood.

Federico Abad, fino allo scorso anno noto come Sebastian, è un 29enne designer argentino che si è sentito investito della missione di offrire ai netizen l'opportunità di scavalcare le logiche di un mercato dei contenuti ingessato in una distribuzione ancora lenta e frammentaria, superato dall'agilità della condivisione pirata in Rete. Ma anche il file sharing a mezzo torrent, aveva osservato Abad, risultava di difficile accesso per molti netizen, scoraggiati da client torrent troppo complessi e da interfacce dissimili da quelle proposte dai media tradizionali. "La mia mamma non poteva usare quei servizi - ricorda - non poteva semplicemente fare click e guardare il film che desiderava": è prendendo la propria genitrice come punto di riferimento che Abad ha sviluppato Popcorn Time insieme a un centinaio di sviluppatori disseminati in tutto il mondo, lavorando con codice open source per incoraggiare la partecipazione e la crescita del progetto.

Popcorn Time permette di fruire dello streaming dei contenuti che circolano sulle reti P2P, si pone come una soluzione intuitiva per l'intrattenimento a mezzo video: il codice in sé supporta uno strumento neutro, l'impiego delle API che garantiscono l'accesso agli sconfinati cataloghi di file scambiati sulle reti torrent e organizzati dai siti di riferimento lo connotano come un servizio volto a fruire di contenuti video. Sono gli utenti a condividere in Rete i film e le serie tv, sono gli utenti di Popcorn Time a scegliere di quali materiale fruire (a accidentalmente condividere), se di video in pubblico dominio o di screener di film ancora in programmazione nei cinema. Dietro a questo scudo di neutralità il team di sviluppatori capitanato da Abad a marzo 2014 ha proposto per il download la prima beta di Popcorn Time, su un sito tappezzato di disclaimer per assicurarsi che gli utenti si assumessero le responsabilità dell'uso che ne avrebbero fatto.
La popolarità è giunta inaspettata, e con la risonanza mediatica sono arrivate le prime proposte da parte del sottobosco criminale: 10mila dollari a settimana per veicolare spyware e adware, ricorda Abad, milioni di dollari promessi da chi avrebbe voluto appropriarsi del database di utenti e dei loro dati. "Abbiamo rifiutato tutte le offerte - riferisce il designer - Non stavamo lavorando per i soldi": l'obiettivo era semplicemente quello di offrire "un buon servizio".

Un servizio che, prevedibilmente, ha impensierito l'industria dei contenuti: la semplicità con cui l'interfaccia di Popcorn Time garantiva l'accesso ai file video condivisi in Rete, la crescente popolarità di un software che alimenta la disponibilità di materiale protetto da diritto d'autore ha spinto i detentori dei diritti ad una manovra di accerchiamento. Abad ricorda la sensazione, condivisa con gli sviluppatori, della pressione esercitata da Warner Bros: le visite sui profili LinkedIn da parte di un legale dello studio hollywoodiano hanno reso evidente il fatto che i partecipanti al progetto fossero stati individuati, nonostante le misure adottate per confondere le loro tracce in Rete. "Nessuno di noi era più anonimo - spiega il coordinatore di Popcorn Time - Sapevano dove lavoravamo e dove vivevamo".

È in quel momento che gli sviluppatori hanno abdicato alla loro missione, per affidare il codice di Popcorn Time a chiunque volesse delinearne il futuro.

Il 29enne argentino ritiene che la versione del codice più vicina all'originale sia quella ospitata su popcorntime.io, open source e non infestata da malware e affini. Ma i fork di Popcorn Time si sono moltiplicati con il trascorrere dei mesi, gli utenti si sono moltiplicati: dall'Italia agli States, colpendo i siti che ospitano il codice o gli utenti che ne abusano, i detentori dei diritti hanno cominciato a dare un seguito alle proprie apprensioni.
Abad non ha alcun rimpianto.

Gaia Bottà
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