Claudio Tamburrino

Agenda Digitale, tra fondi e ritardi

I piani di digitalizzazione passano per le risorse messe a disposizione dall'Europa: le regioni stanno approntando i programmi di spesa e AgID dice di esser pronta a lanciare la rivoluzione. Ma i ritardi, al momento, sono evidenti

Roma - Il programma dell'Agenda Digitale italiana ha fatto qualche passo avanti, soprattutto grazie alle regioni che hanno presentato i Piani operativi per accedere ai fondi strutturali europei dedicati agli obiettivi digitali. ╚ il quadro emerso dalla ricerca dell'Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentata a Roma nella seconda giornata del New Digital Government Summit, nel corso dell'incontro "Agenda Digitale: niente più alibi".

Nonostante dallo stesso palco il direttore generale dell'AgID Antonio Samaritani e il Consigliere per l'innovazione di Palazzo Chigi Paolo Barberis abbiano parlato della complessità del processo di trasformazione della PA e - ancora - della necessità di porsi obiettivi chiari in grado di spingere la trasformazione dell'interno settore, per l'Osservatorio universitario è tempo di passare all'esecuzione dei piani definitivi: per quanto le attuali impostazioni di AgID possano essere considerate appena le "basi per l'Agenda Digitale italiana" c'è ora forte bisogno di passare "all'esecuzione dei piani definiti".



Infatti, nonostante Samaritani abbia annunciato che da gennaio 2016 saranno addirittura 300 i servizi disponibili (si parla di carta di identità elettronica, processo telematico, piattaforma ed impostazione unica per i siti della pubblica amministrazione, tutti annunciati come in sperimentazione dalle istituzioni) e che nel 2017 ci sarà l'adesione di tutte le pubbliche amministrazioni ai cinque pilastri della "rivoluzione digitale del paese - Spid, pagamenti digitali, anagrafe unica, notifiche e linee guida - e che la piattaforma PagoPa per i pagamenti digitali sarà operativa su tutto il territorio a partire dal prossimo anno, lo studio riferisce che sul Digital Economy and Society Index della Commissione Europea l'Italia è relegata addirittura al 25esimo posto in Europa e che dei 65 provvedimenti attuativi previsti dal 2012 ad oggi dai decreti legge del programma digitale solo 32 sono stati recepiti, e di questi 20 avevano una scadenza rispetto a cui presentano ritardi medi di oltre 700 giorni, mentre 14 richiedono ingenti sforzi di coordinamento.
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Per ingranare una nuova marcia e passare al piano attuativo, comunque, come riferisce lo studio, potrebbero essere sufficienti investimenti per 1,51 miliardi di euro l'anno dal 2014 al 2020: una cifra assolutamente sostenibile grazie ai 1,65 miliardi di euro annuali di risorse stanziate con i fondi strutturali europei.

D'altra parte dieci regioni hanno già formalizzato i necessari piani operativi necessari all'ottenimento di tali fondi e altre 8 li stanno completando: se tutto andrà come previsto, dal 2014 al 2020 le regioni italiane avranno (teoricamente) a disposizione 5,7 miliardi di euro da risorse FESR e FSE per attuarli, a cui - secondo l'Osservatorio - potrebbero essere aggiunti altri 5,8 miliardi di euro includendo investimenti in digitale nei programmi operativi scritti con riferimento ad altri obiettivi tematici ed altri 372 milioni di euro dovrebbero arrivare dal Feasr. Inoltre, grazie a fondi europei a gestione diretta, come i fondi del programma europeo Horizon 2020, dal 2014 al 2020, continua ancora l'analisi, saranno disponibili per l'attuazione dell'Agenda Digitale 2,6 miliardi di euro, pari a 376 milioni di euro l'anno.

Il problema è che finora la pubblica amministrazione italiana non è stata in grado di adeguarsi al sistema di controlli della gestione dei fonti europei, finendo in molti casi per non riuscire ad ottenerne l'effettiva erogazione da parte delle istituzioni europee. Per questo Alessandro Perego, responsabile scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, spiega che "finanziare l'Agenda Digitale italiana oggi è possibile e sono disponibili le risorse dei fondi strutturali, per accedervi è però necessario sviluppare competenze avanzate di ingegneria finanziaria e passare dalla logica di finanziamento mono-prodotto alla blended funding per attingere a più risorse".

Anche per questo per diversi osservatori si tratta ancora di proclami senza seguiti concreti, in particolare visto il contrasto tra problemi e tagli alle risorse per la digitalizzazione per il momento previsti nella Legge di Stabilità e i ritardi che dovrebbero spingere l'Italia a premere il piede sull'acceleratore digitale.

Claudio Tamburrino
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