Gaia Bottà

Megaupload, il tecnico è un uomo libero

Si era consegnato alla giustizia statunitense anticipando il processo che avrebbe dovuto decidere dell'estradizione. Il tecnico Andrus Nomm ha scontato la propria pena, e potrebbe aver reso dichiarazioni decisive per il caso Megaupload

Roma - Nove mesi di carcere sono stati sufficienti ad estinguere la sua pena: Andrus Nomm, programmatore impegnato nell'epopea di Megaupload che a febbraio si era consegnato alla giustizia, è stato rilasciato.

Nomm, cittadino estone con base nei Paesi Bassi, lavorava nella divisione tecnica di Megaupload: come Kim Dotcom, Mathias Ortmann, Finn Batato e Bram van der Kolk, la giustizia statunitense sospettava fosse responsabile di numerosi illeciti, come gli altri responsabili di Megaupload aveva in sospeso un processo per stabilire della sua estradizione. Prima che i tribunali olandesi decidessero della sua sorte, Nomm era stato arrestato in Virginia nel mese di febbraio di quest'anno, condannato solo pochi giorni dopo la sua ammissione di colpa.

Il tecnico aveva firmato una dichiarazione in cui riconosceva di aver lavorato per Megaupload, pagato 3260 dollari al mese, dal 2007 fino all'inizio del 2012, quando era per la prima volta stato fermato dalla autorità dei Paesi Bassi, aveva ammesso di essere consapevole del fatto che i server della piattaforma ospitassero contenuti video in violazione del diritto d'autore, danneggiando i detentori dei diritti per 400 milioni di dollari e fruttando invece a Megaupload 175 milioni di dollari. Dopo il patteggiamento, era dunque stato condannato a scontare un anno di carcere in Pennsylvania.
Ora Nomm è stato rilasciato: dovrebbe ripagare gli States con milioni di dollari, ma è probabile che renda agli USA un servizio più utile nel contesto del caso Megaupload. Il tecnico, informa il New Zeland Herald, ha rilasciato alla giustizia statunitense delle testimonianze che sono state impiegate nell'ambito del processo neozelandese a Kim Dotcom e sodali e che con ogni probabilità verranno usate contro di loro anche nei tribunali statunitensi, ammesso che il giudice neozelandese Nevin Dawson decida di autorizzare la loro estradizione.




Gaia Bottà
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