Gaia Bottà

Spotify, denuncia per royalty mancate

Un artista statunitense intende guidare una class action che faccia giustizia: la piattaforma di streaming gode di un tesoretto da milioni di dollari, denari che avrebbe dovuto distribuire ai detentori dei diritti

Roma - Varrebbero oltre 150 milioni di dollari le violazioni del diritto d'autore commesse da Spotify con le mancate retribuzioni che avrebbe dovuto corrispondere agli artisti di cui ospita la musica: la denuncia, depositata dal musicista statunitense David Lowery, vorrebbe assumere la forma di una class action e raccogliere le rimostranze di tutti coloro che pretendono che la piattaforma di streaming negozi opportunamente le licenze e retribuisca in maniera proporzionata i detentori dei diritti.

Lowery, musicista, docente universitario nonché indefesso difensore dei diritti dei propri pari, lamenta come Spotify operi una "massiccia, sistematica e continua violazione intenzionale del copyright" mancando di ottenere le licenze di riproduzione meccanica, concetto che risale ai primi anni del secolo scorso, legato alla popolarità della pianola meccanica ma affatto desueto, che garantirebbero al detentore dei diritti un'entrata per ogni riproduzione o trasmissione delle composizioni operata da Spotify.

La piattaforma di streaming, nel proporre i propri servizi ai suoi oltre 75 milioni di utenti, non si curerebbe di individuare e rintracciare i legittimi detentori dei diritti sulle composizioni che ospita, né avrebbe mai manifestato l'intenzione di gestire i rapporti con gli artisti con un regime di licenza obbligatoria che assicuri le retribuzione senza dover provvedere caso per caso alla negoziazione dell'autorizzazione per l'utilizzo. Lowery, per questo motivo, ha sporto denuncia per assurgere a capofila di altri artisti, che allo stesso modo vogliano ottenere da Spotify il riconoscimento dei compensi, e che non vogliano assistere alla svalutazione delle royalty ad opera di soggetti che agiscano con troppa libertà.
Nella denuncia si ricorda che che per ogni opera oggetto di violazione corrisponderebbero tra i 750 dollari e i 30mila dollari di danni, che possono raggiungere i 150mila nel caso di violazione volontaria: se 100 artisti aderissero alla class action denunciando la violazione per una manciata di opere, e si vedessero riconosciute le proprie ragioni dalla giustizia, Spotify potrebbe dover pagare fino a 150 milioni di dollari.

Proprio nei giorni scorsi Spotify annunciava di aver pagato fino a questo momento oltre "3 miliardi di dollari di royalty, di cui 300 milioni nel primo trimestre del 2015", ammettendo però la difficoltà, soprattutto negli Stati Uniti, di ottenere "i dati necessari ad individuare il legittimo detentore dei diritti", dati spesso "mancanti, errati o incompleti". La piattaforma di streaming ha altresì reso noto di essere al lavoro per organizzare un sistema più efficiente per riconoscere il dovuto a ciascun detentore dei diritti: nel frattempo, il denaro dei mancati pagamenti, il cui ammontare si conta nell'1 per cento delle royalty regolarmente distribuite, resta congelato in attesa che venga assegnato e l'ammontare della somma. Se per la piattaforma di streaming questa accumulazione rappresenta un impegno per il futuro, Lowery, sul proprio blog e nei documenti depositati in tribunale, liquida l'iniziativa come un elemento che "riflette l'abitudine e le modalità di violazione del copyright con cui Spotify riproduce e/o distribuisce le opere senza ottenere l'appropriata autorizzazione o licenza".

Gaia Bottà
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