Bitcoin, Steven Wright ci ripensa

Il principale responsabile del progetto Bitcoin fa marcia indietro e cancella dal suo blog le prove che lo identificherebbero come Satoshi Nakamoto

Roma - Steven Wright è o non è Satoshi Nakamoto? La domanda è legittima. Lunedì scorso la notizia che questo imprenditore australiano fosse l'inventore di Bitcoin è balzata agli onori delle cronache di un po' tutto il mondo, ma poi lui stesso ha avuto un ripensamento e le cose sembrano essersi fatte molto complicate. Solo 7 giorni fa Wright ha dichiarato pubblicamente di essere l'identità dietro il nickname Satoshi Nakamoto, ma ora rifiuta di fornire altre prove della sua affermazione. Sembra essere spaventato, ma difficile capire da cosa. I contenuti del suo blog sembrano scomparsi: lì dove c'erano le spiegazioni della sua affermazione ora c'è un saluto e delle scuse. Wright dichiara di non avere la forza e il coraggio per andare avanti in queste rivelazioni.

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio la vicenda. Lunedì 2 maggio Steven Wright di Brisbane, 46 anni, rilascia un'intervista a BBC, GQ e The Economist in cui dichiara ufficialmente di essere l'inventore del Bitcoin - la cripto-moneta virtuale di cui tanto si discute in questi ultimi anni. Quasi contestualmente sul suo blog appaiono dei documenti che dimostrerebbero la veridicità della sua affermazione. La prova era necessaria - e lo è ancora - perché la faccenda non è così semplice come può sembrare, e infatti intorno alle parole di Wright s'è creato subito tanto scetticismo. C'è chi lancia accuse di frode, diversi esperti di informatica si dichiarano dubbiosi sulla solidità delle prove fornite. Nakamoto non ha mai rivelato la sua identità, era un po' la sua cifra stilistica. Comunicava solo attraverso internet, con messaggi digitali, mai un'apparizione pubblica, né un'intervista. Dal 2010 ha persino interrotto le comunicazioni, scomparendo nel nulla, tornando nell'oscurità da cui era venuto e aumentando ulteriormente l'aura di mistero di cui già si era circondato. Come mai adesso uscirebbe allo scoperto? Perché? Sono in molti a chiederselo.

Insomma queste domande necessitano di una risposta. Una risposta che solo Wright poteva dare e che infatti in un primo momento ha cercato di offrire. Solo che la situazione è diventata in pochissimi giorni incandescente, anche se non è ben chiaro il motivo delle preoccupazioni del protagonista di questa vicenda. Lui stesso lunedì scorso aveva dichiarato pubblicamente che la rivelazione è stata necessaria per fugare i dubbi e le paure intorno al Bitcoin e alla tecnologia blockchain che sottosta alla gestione della stessa moneta virtuale: "Non posso permettere che la disinformazione vada ad impattare negativamente sul futuro di Bitcoin - diceva - Ora sono in grado di costruire su ciò che ho precedentemente completato, pubblicando i risultati della mia ricerca e del lavoro accademico che ho svolto per aiutare le persone a capire quanto (Bitcoin, ndr) possa essere potente". Per di più non sembra che le sue fossero parole al vento, in quanto Outside Organization - una società di pubbliche relazioni indipendente - ha verificato che i commenti sul blog fossero riconducibili effettivamente a Wright.
Secondo la BBC, per dimostrare che la dichiarazione corrispondesse a verità l'imprenditore australiano - che peraltro ha competenze anche di sviluppo software - avrebbe fornito dei messaggi con firma digitale, cifrati con una chiave crittografica strettamente legata ai Bitcoin generati da Satoshi Nakamoto, o meglio rendendo disponibili le chiavi crittografiche riconducibili ai primi blocchi di BTC calcolati da "Satoshi Nakamoto" nel 2009. Sul suo blog erano state pubblicate appunto le prove di questa associazione tra le identità di Wright e Nakamoto, cioè era stata inserita una spiegazione tecnica passo-passo finalizzata alla verifica della chiave crittografica di cui sopra. Una "prova straordinaria" era stata definita dallo stesso Wright.

Il problema è che ora questi documenti sono spariti. Cancellati direttamente da Wright. Da giovedì scorso sul suo blog ogni contenuto è stato sostituito da un breve messaggio di scuse e un saluto. Una specie di giustificazione di questo passo indietro. Wright sembra spaventato, dichiara di non essere abbastanza forte e coraggioso per sostenere ciò che l'aspetta. A vecchie accuse se ne sarebbero aggiunte delle nuove. Appare anche preoccupato per la sua reputazione e non solo per quella. Dichiara che non fosse sua intenzione nuocere a Jon Matonis (un consuente, nonché fondatore e direttore, della Bitcoin Foundation) e a Gavin Andresen (la persona che ha sostituito Nakamoto come sviluppatore capo di Bitcoin) - due persone che peraltro hanno da subito creduto alla sua versione, essendo riusciti a visualizzare privatamente le prove. Spera che il loro onore e credibilità non siano stati intaccati dalle sua recente iniziativa e si dichiara profondamente dispiaciuto.

Ma perché questo comportamento? Cosa ha da temere Wright? Già lo scorso dicembre due testate - Wired e Gizmodo - arrivarono praticamente alla stessa conclusione sull'identità di Nakamoto. Grazie a delle minuziose indagini scoprirono infatti che dietro l'identità di Satoshi era celato l'australiano Craig Steven Wright. La cosa portò subito a delle conseguenze non proprio piacevoli: la polizia australiana fece irruzione in casa dell'imprenditore per sequestrare tutti i documenti necessari ad indagare su eventuali illeciti finanziari. In poco tempo comunque l'indagine si rivelò un buco nell'acqua. Il Ministero delle Finanze australiano dichiarò pochi giorni dopo che Wright non è Nakamoto. Le accuse caddero molto presto. Ma ci potrebbero essere nuovi guai, ora.

Creare una moneta elettronica virtuale non è un reato - almeno non ancora - ma Mr. Nakamoto, essendo solo un nickname, non ha pagato un centesimo di tasse su tutti i guadagni generati dalla sua invenzione: un'operazione che avrebbe creato una fortuna del valore di 601 milioni di dollari australiani - ossia circa 390 milioni di euro.

Nicola Bruno
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