Sharing economy, nuovo digital divide all'orizzonte?

Alcuni servizi di condivisione di nuova generazione, come Uber, Lyft e Airbnb sono poco utilizzati e perfino poco conosciuti dai cittadini statunitensi, secondo l'analisi del Pew Research Center. Per l'Italia c'Ŕ ottimismo

Sharing economy, nuovo digital divide all'orizzonte?Roma - Negli ultimi anni la Rete, assodato il fenomeno della condivisione di contenuti che ha alimentato tanti dibattiti, sta conoscendo un nuovo fenomeno: la condivisione dell'erogazione di beni e servizi, intorno alla quale si sta formando quella che viene definita economia condivisa, collaborativa e on-demand. La questione, dibattuta, pone non poche e inevitabili problematiche, che riguardano ad esempio la regolamentazione, l'impatto sul mondo del lavoro, la sicurezza e le rinnovate abitudini dell'utenza. Ma se da un lato queste nuove modalità di fruizione di servizi sembrano funzionare e fare proseliti, dall'altro non mancano le voci fuori dal coro che ventilano l'ipotesi di un digital divide di prossima generazione.

Secondo lo statunitense Pew Research Center, che ha condotto un sondaggio nazionale e coinvolto 4.787 americani, circa un terzo degli interpellati, il 28 per cento per l'esattezza, ha dichiarato di non aver mai utilizzato servizi di tale natura e molti non ne hanno nemmeno mai sentito parlare.
Il 72 per cento degli intervistati, invece, ne ha fruito almeno una volta. Ad esempio il 15 per cento ha provato applicazioni di car sharing on-demand come Uber o Lyft, l'11 per cento ha fruito di servizi di home sharing come Airbnb e VRBO mentre quasi un terzo degli intervistati ha contribuito a dei progetti su siti di crowdfunding.

Servizi sharing economy

Dal sondaggio emerge anche che oltre il 60 per cento del campione ignora termini come crowdfunding e gig economy.
I concetti della sharing economy

A guidare la classifica dei virtuosi dell'economia cosiddetta collaborativa sono i giovani laureati e in generale gli uomini e donne al di sotto dei 45 anni, nonché i titolari di redditi medio alti, almeno 100.000 dollari all'anno, e gli utenti che vivono nei centri urbani e suburbani.

Tra i servizi più "contestati" della social economy spiccano quelli per la condivisione dei mezzi di trasporto, auto in testa. ╚ stato chiesto agli intervistati cosa pensassero del dibattito circa l'opportunità o meno di regolamentare il car-sharing secondo le norme che disciplinano i taxi. Ebbene, il 42 per cento di quelli informati sulla questione è avverso a questa ipotesi mentre il 35 la giudica opportuna. Il restante 23 per cento, invece, non prende alcuna posizione. Più di metà degli intervistati, il 51 per cento, non è a conoscenza della situazione.

Quali, dunque, le prospettive per il futuro? La gig economy è forse destinata a mutare significativamente gli attuali modelli economici? Potenzialmente sì, guardando anche ai risultati in crescita emersi dal contesto italiano, raccolti dalla Università degli Studi "Niccolò Cusano", secondo cui in Italia il 38 per cento conosce i servizi della sharing economy e il 5 per cento ne ha già usufruito. Se è difficile in ogni caso fare previsioni, lo scenario delineato da Pew è piuttosto chiarificatore. Al di là delle regolamentazioni e dei dibattiti sociologici occorre intervenire perché parte dell'utenza, quella meno avvezza all'utilizzo della Rete, non rimanga completamente esclusa dalle possibilità offerte da questo modello di mercato.

Luca Barbieri
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