USA, vecchi floppy disk per le testate nucleari

Una commissione del Congresso ha scoperchiato il vaso di Pandora. Le apparecchiature che controllano l'arsenale a stelle e strisce sono rimaste ai tempi del Dottor Stranamore

Roma - Chi pensa che i gloriosi floppy disk da 8 pollici, quelli flessibili da circa 20cm di diametro esorditi sul mercato nel lontano 1970 per mano di IBM, siano diventati obsoleti e ricercati soltanto da nostalgici collezionisti si sbaglia di grosso. Pare, infatti, che negli Stati Uniti siano almeno tre le basi missilistiche nucleari ad utilizzare questo vetusto sistema di archiviazione dati per gestire le informazioni relative al coordinamento delle testate in caso di attacco: nel Montana, nel Nord Dakota e nel Wyoming. L'indiscrezione parte dall'Indipendent, che riporta alcuni dati di un'inchiesta condotta dal Government Accountability Office, sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d'America.

il pentagono

Il software al centro dello scandalo si chiama Strategic Automated Command and Control System (SACCS), che gira ancora su macchine IBM Serie 1. Il caso non è isolato. Secondo il GAO, infatti, sono molte le infrastrutture amministrative americane ad impiegare apparati informatici con almeno 45 anni di anzianità alle spalle. Non solo il dipartimento della Difesa, ma anche quello del Tesoro che ad esempio utilizza software scritto in Assembly, e pure il dipartimento di Giustizia che si affida ad un linguaggio datato come il Cobol. Una situazione che rischia letteralmente di collassare, perché è stato calcolato che ben il 75 per cento dei fondi stanziati per la tecnologia, pari a circa 60 miliardi di dollari ogni anno, vengono impiegati per la manutenzione di tali apparecchiature.

Dal canto suo il Pentagono si difende e lo fa tramite il portavoce Valerie Henderson, il quale ha dichiarato che il sistema rimane in uso semplicemente perché funziona. Ciononostante permangono le perplessità, e secondo molti la situazione è vistosamente problematica e merita attenzione: ma non mancano le rassicurazioni. Pare, infatti, che gli attuali supporti di memorizzazione saranno sostituiti con la fine del 2017. Non c'è, invece, una data di riferimento per la dismissione dei computer utilizzati per l'esecuzione del software. Ma è plausibile pensare che una volta reperiti i fondi, questa inevitabile transizione avverrà con rapidità.
Il lato rassicurante di tutta la faccenda, secondo alcuni analisti, risiede nel fatto che l'obsolescenza di simili apparati, soprattutto di quelli in dotazione al dipartimento della Difesa, garantirebbe maggiore sicurezza contro hacker e cybercriminali. Stiamo parlando, infatti, di computer che nella maggior parte dei casi non sono dotati di prese recenti come ad esempio l'USB, sono privi di disco fisso e progettati per lavorare con supporti in grado di memorizzare quantità di dati assolutamente insufficienti per poter veicolare codice malevolo e nocivo.

Certo è una magra consolazione, soprattutto alla luce del fatto che secondo le analisi del GAO il Governo statunitense sta mantenendo in vita un sistema tecnologico superato che ha letteralmente esaurito la sua efficacia e che comporta uno spreco di denaro sempre più ingestibile.

Luca Barbieri
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