Gabriele Niola

WebTheatre/ Tutti vogliono fare webserie

di G. Niola - Dalle produzioni dal basso vagliate da piattaforme come Amazon, alle operazioni di business quasi tradizionali come quelle di Spotify, Playboy e Vice: contenuti in Rete, con vari modelli di business

Roma - L'era delle webserie come contenuto mainstream è sempre più vicina e come era facile immaginare non sta arrivando da dove era lecito attenderlo. Non sta arrivando da YouTube, nonostante l'impresa di Google abbia lanciato una sua versione premium, ma sta arrivando da tutti gli altri colossi dell'imprenditoria online, aziende lanciate in business diversi da quelli del video che tuttavia proprio su serie esclusive intendono puntare. La più grande di tutte è Amazon, ma non è la sola.

Il gigante delle vendite online da tempo offre ai suoi clienti premium (cioè quelli con un abbonamento Amazon Prime) la possibilità di vedere serie tv di altissimo profilo come benefit. Non le pagano, ma visto che hanno un account da grandi compratori come bonus possono vedere in streaming serie come Transparent. Ora i benefici aumentano perché chi ha Amazon Prime in diversi paesi (non in Italia) ha anche accesso a AVD, cioè Amazon Video Direct, una piattaforma in cui l'upload è gratuito (ma previo controllo di qualità di Amazon stessa) e i guadagni sembrano superiori a quelli di YouTube. Sostanzialmente se il vostro video o la vostra webserie è approvata dallo staff di Amazon vi spettano 15 centesimi per ogni ora di visualizzazione, più il 50 per cento dei guadagni dagli abbonamenti, dai noleggi e dagli acquisti dei vostri prodotti e infine ogni mese i 100 più visti si dividono (in proporzione al merito) 1 milione di dollari. Un po' come YouTube Red.

Non è concorrenza a YouTube (nessuno fa concorrenza a YouTube) ma è una maniera di attirare quell'1 per cento dei video che sul Tubo fanno il 93 per cento delle visualizzazioni, i grandi creatori che notoriamente non guadagnano bene con Google. I PewDiePie o Fine Brothers, i canali di eccezionale successo in cerca di un luogo in cui il business sia migliore. Certo Amazon non è il primo, Vimeo in un certo senso lo fa (ma non così), Vessel lo fa e YouTube stesso lo fa con Red, ma Amazon ha un pubblico di abbonati al suo Prime che in America equivale agli abbonati a Netflix. Che è un altro tipo di garanzia sul risultato.
Questo per quanto riguarda le piattaforme libere, quelle cioè in cui chiunque può sottoporre il proprio prodotto. Da un'altra parte invece esistono altri soggetti che intendono offrire ai propri clienti webserie come benefit. ╚ per esempio Spotify, che è pronto a lanciare ben 12 webserie (non sul territorio italiano), tutte a tema musicale. Si va da quelle che raccontano la storia della musica a quelle in cui le band devono affrontare prove musicali, fino alla cronaca di una gara di dance music e simili. A tutti gli effetti più programmi televisivi che altro ma in episodi da 15 minuti massimo.

La stessa cosa intende fare Playboy che ha annunciato ben 14 serie di argomenti vari. C'è quella sulle mete più cercate dai viaggiatori, il format che mette a tavola ogni volta gli esponenti principali dell'industria dell'intrattenimento fino agli immancabili programmi di cucina e qualche serie di finzione, ovviamente in forma di commedia. Com'è facile immaginare, qui l'obiettivo è la pubblicità, infatti Playboy contestualmente ha creato anche un'agenzia che la possa controllare. Del resto è quello che avevano cercato di fare i grandi giornali da noi, gli unici ad avventurarsi nel terreno della produzione audiovisiva in proprio con degli show originali, l'obiettivo era attrarre inserzionisti per contenuti video (che pagassero più di quanto non avvenga per la pubblicità cartacea) ma il successo al momento è scarsissimo.

Una testata un po' più in linea e in contatto con quel che si fa online come Vice da tempo ha invece lanciato Viceland, la sua declinazione video e non smette di aggiungere nuovi programmi, uno dei quali è una docuserie LGBT presentata da Ellen Page, effettivamente qualcosa che poteva stare in tv e invece sì trova online.

Gabriele Niola
Il blog di G.N.

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