App Annie: il mercato delle app cresce

Numeri che vanno verso il raddoppio del fatturato in pochi anni. Ma non Ŕ tutto oro quello che luccica: gli affari si fanno soprattutto in Asia e in Sudamerica

Roma - Il mercato del software ormai fa grosso affidamento sugli introiti generati dalla vendita delle app - almeno per quel che riguarda i prodotti destinati all'utenza consumer. Sin dal lancio dell'iPhone e del relativo App Store - ormai nel lontano luglio 2008 - il numero di app scaricate è cresciuto e ha generato notevoli incassi. Questa evoluzione, a quanto pare, non è destinata a fermarsi - almeno per il momento: secondo le stime della società di consulenza App Annie nel 2020 il fatturato globale di tutte le app varrà il doppio di quanto vale oggi, ossia circa 102 miliardi di dollari. Un valore per altro corretto al rialzo, rispetto alla cifra stimata solo a febbraio 2016 (101 miliardi). Insomma più passa il tempo, più smartphone vengono acquistati e più utenti hanno necessità di scaricare nuove app.

Questa notevolissima crescita si deve soprattutto ai mercati più maturi, come il Nord America e l'Europa, ma anche i mercati emergenti stanno facendo la loro parte, in special modo Cina (e Asia più in generale), Brasile, Argentina e India. Proprio in India nei prossimi quattro anni si verificherà il tasso di crescita più alto.

Ma nell'evoluzione del mercato delle app il segno più potrà durare per sempre? E se invece - cosa più probabile - la crescita fosse destinata ad una battuta d'arresto, o a terminare del tutto, quando avverrà la prima flessione? Difficilissimo fare previsioni a lungo termine. Un primo dato interessante di controtendenza però già lo abbiamo a disposizione: negli Stati Uniti la crescita del mercato delle app inizia a dare segnali non proprio confortanti: l'utente americano medio ormai scarica 0 nuove app al mese. "Zero", avete letto bene. Negli USA nessuna nuova app viene scaricata (in media). Siamo di fronte ad un vero e proprio momento di stanca per un mercato che può essere considerato ormai maturo: per i principali sviluppatori/venditori di app si sta verificando un preoccupante stop o comunque un discreto rallentamento della crescita.
Stando a quanto calcolato a maggio 2016 da Nomura - su dati raccolti da SensorTower - le 15 principali aziende che vendono app si sono dovute confrontare con una flessione di circa il 20 per cento sul mercato statunitense, cioè con una riduzione pari a un quinto (anno su anno) del volume d'affari. Ad esempio, WhatsApp è passata da 3 milioni di download annui circa a 2 milioni, Messenger da 12 milioni a poco più di 7 milioni, Facebook da 9 milioni a 5 milioni, YouTube da 4 milioni e mezzo a 3 milioni, Twitter da 2 milioni e mezzo a 2 milioni. Le uniche due app in controtendenza, che fanno segnare un segno più, sono Uber e Snapchat. Se si prende in considerazione il mondo intero, entrambe sono cresciute più del 100 per cento in un solo anno: Uber è infatti passata da 5,3 a 10,9 milioni di download, mentre la creatura di Evan Spiegel è salita da 12,9 a 27 milioni di download.

Va detto comunque che, se mettiamo da parte gli Stati Uniti e prendiamo in considerazione l'intero panorama internazionale, la situazione del mondo delle app è un po' diversa: gli stessi 15 player principali crescono ancora, seppur di poco, con un incremento del 3 per cento appena. Se si guarda poi più in dettaglio, si scopre anche che ci sono delle aziende che si comportano come asso pigliatutto. Grazie alla sua galassia di app, Facebook detiene ormai oltre il 60 per cento del mercato delle app scaricate (Messenger 16 per cento, Instagram 11, Whatsapp 18 e Facebook stessa un altro 16 per cento).

Riassumendo, potremmo dire che nei mercati occidentali ormai saturi chi ha uno smartphone da diversi anni sembra non essere più interessato a scaricare nuove app, probabilmente perchè è contento di ciò che già usa quotidianamente o perché ha già trovato di default ciò che gli serve sull'apparecchio al momento dell'acquisto, o ancora perché le app scaricate in passato sono più che sufficienti per le proprie esigenze. A volte la curiosità non è un traino così potente da portare l'utente all'acquisto - o comunque al download - di nuovo software sul proprio cellulare.

Ma ci sono anche altri dati interessanti. Sembra che a volte ci si stufi molto presto dell'app appena scaricata: studi hanno rilevato infatti che il 23 per cento degli utenti abbandoni un'app dopo solo un utilizzo. A dire il vero la situazione non è nuova, anzi questa quota è un po' altalenante (l'anno scorso ammontava al 25 per cento, nel 2014 valeva il 20), ma il fenomeno resta sempre molto interessante. Abbandonare un'app, dopo averla provata per pochi minuti, è successo a tutti: si tratta di un atteggiamento del tutto naturale. Difficile però individuare l'esatto motivo per cui accade. Dietro ci possono essere mille ragioni, però va anche detto che se l'utenza mostra un basso interesse verso un'app la causa può essere la stessa app, ossia il suo contenuto, il suo funzionamento o la sua reale utilità.

Davanti al delinearsi di questo scenario viene da chiedersi: quando i mercati sono maturi e saturi dove si può andare a fare business? Innanzitutto va ricordato che se gran parte delle app scaricate sono gratuite - cioè software per cui l'utente non paga il download - è anche vero che il sistema degli acquisti in-app è ciò che tiene davvero in piedi la baracca. Certo, l'ARPU (il ricavo medio per utente) del sistema iOS/Apple è più alto di quello del sistema Android/Google, ma si tratta comunque di un principio che funziona davvero e serve a riempire le casse dei creatori dei marketplace e degli sviluppatori. Se così non fosse, gli unici a trarre profitti dall'industria della telefonia mobile sarebbero solo gli operatori telefonici e i produttori di apparecchi - anche se va ricordato che i margini si vanno via via riducendo persino per le aziende hi-tech che sfornano smartphone e tablet.

Per gli sviluppatori comunque le cose stanno girando per il verso giusto. Presto i flussi di cassa potrebbero ingrossarsi: Apple e Google infatti hanno deciso quasi congiuntamente di ridurre la propria percentuale (la quota di guadagno) sugli incassi generati dalle app. Presto ci sarà insomma un cambio di policy che porterà più denaro nelle tasche di chi sviluppa il software: ai developer andrà l'85 per cento della cifra incassata, anziché il 70 come avviene adesso.

Nicola Bruno