Alfonso Maruccia

Taylor Swift alla riforma del DMCA

L'industria cala i pezzi da novanta nella proposta di modifica della legge che regola la gestione telematica dei contenuti protetti dal diritto d'autore. Una norma non più al passo con la realtà digitale di oggi, dicono

Roma - Le major discografiche hanno avviato la loro nuova campagna lobbistica che mira a riformare il Digital Millennium Copyright Act (DMCA), norma che a loro dire non è più in grado di salvaguardare gli interessi di artisti e (soprattutto) produttori nel tempo di Internet superveloce, i social network iper-frequentati e tutto quanto.

Al cuore dell'iniziativa c'è una lettera che l'industria ha intenzione di spedire al Congresso e di diffondere quanto più è possibile, su siti e con campagne promozionali, e che può contare sulla firma di supporto di alcuni dei nomi più rappresentativi dell'attuale produzione musicale internazionale.

A garantire visibilità alla petizione ci sono quindi artisti del calibro di Paul McCartney, gli U2 e Taylor Swift, e in quest'ultimo caso si tratta di un nome ricorrente che nel recente passato in associazione a quello di Apple Music, quando si è trattato di dare battaglia (in visibilità e non solo) ai piani delle aziende tecnologiche per scaricare i costi di servizio sui performer.
La petizione parla del DMCA come di un regime che non funziona più, e non è più in grado di garantire un futuro economico sostenibile all'industria e ai creatori di musica: la norma è stata approvata in un tempo in cui la tecnologia era molto meno avanzata, dicono i promotori, mentre ora la proliferazione gratuita di contenuti protetti dal copyright richiederebbe misure di contrasto e regolamentazione molto più efficaci.

L'iniziativa dell'industria non lo cita mai direttamente, ma i commentatori sono concordi nell'indicare in YouTube uno degli obiettivi principali della richiesta di riforma del DMCA: il portale di video sharing di Google ha provato in questi anni a riallinearsi agli interessi delle major, ma gli sforzi di Mountain View non sono stati evidentemente sufficienti a parere dell'industria. Il business di YouTube su basa su contenuti gratuiti rubati agli artisti, fa eco Trent Reznor, mentre Google risponde di aver già distribuito 3 miliardi di dollari di royalty tramite gli accordi posti in essere con le etichette.

Alfonso Maruccia
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