Alfonso Maruccia

L'Italia condanna il cadavere di Megavideo

Dalla Capitale arriva una sentenza che alimenta ulteriormente i guai legali della creatura di Kim Dotcom. I giudici hanno accolto le richieste di risarcimento avanzate da Mediaset

Roma - Il Tribunale di Roma ha condannato Megavideo per la violazione del diritto d'autore sulle trasmissioni di Mediaset RTI, presenti in copiose quantità sull'oramai defunto portale di streaming - costola dell'altrettanto defunto Megaupload - e per cui la società di base a Hong Kong non ha mai preso provvedimenti nonostante gli avvertimenti dell'emittente della famiglia Berlusconi.

Com'è tradizione dei tribunali italiani, la sentenza in oggetto si riferisce a fatti risalenti a sei anni fa, quando Mediaset RTI avvisò Megavideo della presenza dei suoi "show" sul sito chiedendone la rimozione. Mediaset non inviò alcuna URL specifica, e in ogni caso Megavideo non ha mai fatto niente per risolvere la questione fino alla sospensione del servizio in seguito allo storico raid nella proprietà di Kim Dotcom.

Ora Dotcom è proiettato verso il futuro mentre i guai legali continuano a perseguitarlo, e nel caso della sentenza romana tali guai corrispondono a un risarcimento di più di 12 milioni di euro per oltre 16.000 minuti di contenuti video trasmessi illegalmente, 60.000 euro di spese legali e una penale di 1.000 euro per ogni "futura violazione" o per ogni giorno di permanenza dei suddetti contenuti sui server.
Il riferimento alle "future" violazioni ha un che di paradossale, visto che Megavideo non si è nemmeno presentata al processo con un suo rappresentante legale, non esiste più da anni ed è altamente improbabile che il servizio venga ripristinato in tempi brevi con gli stessi contenuti presenti sui server originali.

Più interessante è invece la decisione dei giudici di considerare legittime le pretese di Mediaset RTI, che nell'avvertire Megavideo della violazione di copyright si è limitata genericamente a indicare il tipo di contenuti piuttosto che link precisi come vorrebbe una richiesta di rimozione in stile DMCA: la proprietà di RTI era perfettamente dimostrata dalla notorietà dei programmi televisivi e dal marchio del canale sullo streaming.

Alfonso Maruccia
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