Luca Annunziata

Apple vuole cambiare le regole dello streaming

Proposta una modifica ai meccanismi di remunerazione per la musica. Una cifra fissa. Che finirebbe per danneggiare la concorrenza?

Roma - Con un documento riservato presentato al Copyright Royalty Board, organismo federale statunitense che sovrintende alla gestione delle compensazioni offerte ai detentori dei diritti, Apple ha proposto una riforma al meccanismo di remunerazione dello streaming musicale. Una semplificazione dell'attuale quadro regolatorio, molto complesso e differenziato a seconda della nazione in cui si opera e degli accordi che intercorrono tra intermediari e major: una semplificazione che però potrebbe costituire un vantaggio per Cupertino e uno svantaggio per molti concorrenti.

L'attuale impostazione dei compensi per lo streaming musicale non è facilmente riassumibile: come detto dipende dagli accordi, riservati, che i vari player del settore riescono a concludere con i detentori dei diritti (tipicamente le major della canzone), e la remunerazione varia a seconda della nazione in cui avviene la riproduzione. Il risultato di questo regime è che non esiste una concorrenza limpida nel settore: chi dovesse riuscire a strappare condizioni migliori godrebbe di un vantaggio competitivo, e soprattutto i musicisti da sempre hanno i loro grattacapi per comprendere quanto riusciranno a monetizzare le loro canzoni.

Apple punta a superare queste difficoltà: ogni 100 riproduzioni ai detentori dei diritti andrebbero riconosciuti 9,1 centesimi di dollaro (in pratica 100 streaming equivarrebbero a 1 download a pagamento), e in questo modo si verrebbe facilmente a capo dei compensi da riconoscere agli autori. La proposta avrebbe dovuto restare riservata, un documento segreto presentato alla commissione federale, ma il New York Times è riuscito a ottenerne una copia e ha anche verificato con Apple stessa l'autenticità dello stesso (in ogni caso da Cupertino non hanno voluto commentare sul merito della proposta).
L'idea di semplificare il meccanismo di compensazione a prima vista è senza dubbio una buona notizia: i musicisti si farebbero un'idea di quanto gli spetta con una semplice occhiata alle cifre relative alle riproduzioni effettuate. Il punto è che non è possibile stabilire, vista la natura riservata degli accordi attuali, se queste cifre sarebbero sostenibili per tutti i protagonisti del settore - è probabile che Apple, fatti due conti, abbia proposto valori che sono compatibili con il suo modello di business ma non necessariamente con quello della concorrenza.

Il primo nome che viene in mente è Spotify: l'azienda europea, che vanta la platea di pubblico pagante più vasta del settore con oltre 30 milioni di abbonati, ha in piedi una doppia offerta che comprende anche la fruizione gratuita sostenuta dalla pubblicità. La stragrande maggioranza degli utenti Spotify approfitta proprio di questa possibilità: sono 70 milioni gli ascoltatori che barattano lo streaming con qualche secondo di spot ogni tanto, e naturalmente la redditività di questa fetta di pubblico è profondamente diversa da quella del pubblico pagante.

Apple, invece, ha scelto di avere un servizio completamente a pagamento: i costi sono in linea con quelli di Spotify e del resto della concorrenza, il numero di abbonati dovrebbe aver raggiunto i 15 milioni nell'arco di un anno circa di attività, e l'idea di pagare per accedere alla musica raccoglie più simpatia del modello freemium proposto altrove.

Se i conti fatti da Apple rendessero di colpo non sostenibile il modello adottato da Spotify, quest'ultima si vedrebbe costretta a chiudere i rubinetti agli utenti non paganti e ciò ne diminuirebbe la competitività. Si tratta naturalmente di speculazioni, ma Oltreoceano sembrano tutti concordi nell'affermare che difficilmente a Cupertino vengono partorite idee senza un'adeguata riflessione alle spalle.

Le nuove regole, qualunque sia la decisione finale del Copyright Royalty Board, saranno in vigore dal 2018 al 2022.

Luca Annunziata
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