Gaia Bottà

Email Microsoft su server esteri, USA al contrattacco

Il Dipartimento di Giustizia chiede di riaprire il caso con cui Redmond aveva ottenuto di non consegnare dati relativi alle email di un cittadino statunitense conservati su server irlandesi. Per gli USA il mandato non ha confini

Roma - Le autorità statunitensi ritengono di avere il diritto di richiedere alle aziende informazioni sulle attività loro utenti: se un'azienda ha sede negli States deve accondiscendere alle richieste degli States, poco importa che i dati richiesti siano stoccati su server esteri.

Il Dipartimento di Giustizia si è ora mobilitato per chiedere che venga riesaminato il caso chiuso nel mese di luglio con la vittoria di Microsoft. Da anni Redmond si opponeva alla richiesta delle autorità statunitensi, interessate ad ottenere informazioni relative alle comunicazioni email di un utente indagato nell'ambito di un'indagine su un traffico di droga. Email conservate su server irlandesi, e per questo motivo, secondo Microsoft, non accessibili attraverso un ordinario mandato emesso negli USA. In ultima istanza il tribunale di appello di New York che aveva esaminato il caso aveva stabilito che le autorità statunitensi non avrebbero potuto piegare lo Stored Communications Act del 1986 a mandati volti a ottenere informazioni che risiedano al di fuori degli Stati Uniti.

Il DoJ, nel ricorso presentato, torna a sottolineare come una soluzione comune e efficace come quella dei mandati emessi facendo leva sullo Stored Communications Act non possa essere ostacolata dalle pratiche ormai comuni alle aziende IT e ritiene insostenibile che "una azienda con base negli USA possa rifiutarsi di impiegare le proprie infrastrutture statunitensi e i propri dipendenti statunitensi per adempiere ad una richiesta di informazioni autorizzata da un tribunale, sulla base di motivazioni ragionevoli ai sensi della legge, solo perché l'azienda sceglie a propria discrezione di conservare i dati richiesti nal mandato in formato elettronico su server esteri".
Il ricorso, per il Dipartimento di Giustizia, non rappresenta dunque una semplice resa dei conti nei confronti di Microsoft, a proposito di una indagine circostanziata. È invece una occasione per richiamare l'attenzione sulle dinamiche globali ormai affermate presso i fornitori di servizi IT, dinamiche che secondo il DoJ non dovrebbero poter ostacolare indagini che da anni si sono dipanate senza attriti. È un monito per tutti i colossi della Rete che a suo tempo si sono schierati al fianco di Microsoft, è un monito esplicito per Google e Yahoo: "i maggiori fornitori di servizi statunitensi come Google e Yahoo! conservano il contenuto delle email dei loro utenti su un complesso di infrastrutture che continua a cambiare" si osserva nel ricorso, e "qualora il contenuto sia conservato all'estero al momento dell'emissione del mandato", spiega il DoJ, il mandato è inefficace "anche se il detentore dell'account risiede negli Stati Uniti e anche se la violazione della legge su cui si sta indagando è questione nazionale".

Se il confronto dovesse riaprirsi, Microsoft prevedibilmente tornerà a sostenere che, a meno che il quadro legislativo non cambi, le autorità inquirenti dovrebbero procedere sulla base di accordi sulla mutua assistenza giudiziaria, gli stessi accordi che l'Irlanda sosteneva gli USA solessero violare proprio abusando dei mandato formulati sulla base dello Stored Communications Act.

Gaia Bottà
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