Luca Annunziata

Una lettera aperta per le foto cifrate

150 reporter firmano un appello per chiedere ai produttori di apparecchi di ripresa di dargli una mano a difendersi dai regimi totalitari

Milano - Ci sono Canon, Nikon, Sony, Olympus e Fuji tra i destinatari di una missiva scritta da Freedom of the Press Foundation e già firmata da 150 giornalisti e reporter celebri: un appello per chiedere a chi produce le fotocamere e le videocamere, quelle ogni giorno accompagnano i professionisti su campi di battaglia o in viaggio nei paesi controllati da regimi totalitari, di garantire di default la cifratura del materiale raccolto nella memoria. Una misura indispensabile per assicurare la sicurezza di chi è impegnato a raccontare il presente ai lettori di tutto il mondo.

Internet, il World Wide Web, hanno garantito all'umanità un'informazione in diretta capillare e plurale: letteralmente chiunque oggi può trasformarsi in un testimone oculare avvalendosi dei sempre più onnipresenti smartphone e dei social media che rendono rapidamente virale i contennuti condivisi. Quello che è accaduto nel caso di San Bernardino, tuttavia, dimostra una cosa: la cifratura oggi presente sui telefoni garantisce contro lo sguardo indiscreto di chi vorrebbe controllare il contenuto della memoria del dispositivo. Lo stesso non vale per le fotocamere e le videocamere (una distinzione sempre più sfumata), che invece continuano a conservare il girato e gli scatti in chiaro su Compact Flash e schede SD.

Quello che accade è che quando un giornalista professista, un reporter inviato al fronte o a raccogliere informazioni su una rivoluzione, si ritrova spesso a dover fare i conti con autorità più o meno ben disposte nei suoi confronti. Perquisizioni e sequestro dell'attrezzatura sono all'ordine del giorno: a quel punto basta uno scatto meno che accettabile per il regime, una foto rubata che riprende ciò che un esercito o un dittatore non vogliono che il mondo veda, per far scattare gravi ritorsioni.
Quello che accade, quindi, è che chi sta facendo un lavoro a vantaggio dell'interesse comune si ritrovi esposto e vulnerabile: ci sono situazioni controverse, come un reportage su un ricercato o su un crimine, nelle quali magari la cifratura potrebbe essere messa in discussione. Ma anche in quelle circostanze può essere indispensabile assicurarsi che le proprie fonti e il materiale raccolto restino riservati. Un governo, democratico o non democratico, può decidere di applicare delle pressioni sulla stampa per scoraggiare certo tipo di informazione: con la certezza che il materiale, seppur sequestrato, non possa essere usato contro chi l'ha prodotto, il risultato sarà una stampa più libera e con maggiore coraggio nell'affrontare anche le situazioni più spinose.

È per questo che l'appello sottoscritto da rappresentanti delle principali agenzie di stampa e testate internazionali è particolarmente significativo. Ci sono fatti di cronaca, recentissimi, che dimostrano come in tutto il mondo sia esercitata una costante pressione sui giornalisti per scoraggiarne le prese di posizione più d'avanguardia: permettere alle fotocamere e alle videocamere di cifrare il proprio contenuto, come già è possibile con i personal computer, è una feature che non può più essere assente nei menu di configurazione dei dispositivi.

Al momento mancano risposte particolarmente significative da parte dell'industria, fatta eccezione per Nikon: quest'ultima ha fatto sapere di tenere sempre in debita considerazione il feedback ricevuto dai professionisti, e lo stesso farà in questa occasione. Una risposta forse un po' tiepida, ma è probabile che tutti vogliano studiare le mosse della concorrenza prima di agire in una direzione o nell'altra. Al momento c'è solo qualche startup che lavora a tecnologie di questo tipo.

Luca Annunziata
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