Mirko Zago

Un account violato dietro la falsa morte di Britney Spears

Non c'č ancora un responsabile chiaro per la violazione dell'account Twitter di Sony Music. Potrebbe trattarsi di una mossa per vendere servizi di sicurezza grey-hat

Roma - La pausa natalizia è stata scandita da azioni hacking di cattivo gusto. Il mondo della musica, scosso per l'addio a George Michael, ha dovuto fare i conti anche con una presunta morte di Britney Spears rivelatasi infondata. A diffondere la non-notizia è stata la Sony Music, casa discografica della cantante, attraverso Twitter: o per meglio dire qualcuno che si è impossessato delle sue credenziali d'accesso. Il messaggio laconico lanciato in rete nella prima mattina del 26 dicembre è stato: "Britney Spears è morta in un incidente, vi diremo di più a breve" accompagnato dall'hashtag #RIPBritney.

Britney Spears

Per dare maggior credibilità all'annuncio, i buontemponi hanno pensato di pubblicare il messaggio tanto attraverso l'account di Sony Music Global che di Bob Dylan. Il messaggio è rimasto visibile poco tempo (poco più di una mezz'ora) fino all'arrivo della smentita dalla Sony e le scuse ai fan. Al primo tweet ne è seguito un secondo a distanza di un quarto d'ora: "abbiamo notato un nuovo IP loggato pochi minuti fa e il tweet è stato pubblicato da questo nuovo IP, quindi Britney Spears è ancora viva". Seguito dall'hashtag "OurMine".

Anche il manager della cantante idolo del pop, Adam Leber, ha confermato che si è trattato di una bufala di cattivo gusto: "Credo che il loro account abbia subito un attacco hacker. Non ho parlato con nessuno, ma sono certo che l'account sia stato hackerato. Britney sta bene. Ci sono già stati pagliacci su internet che hanno fatto qualcosa di simile in passato ma mai dall'account ufficiale della Sony Music".
Sony non è nuova a questo tipo di attacchi. La divisione Sony Pictures Entratainment era già stata vittima di un sabotaggio nel 2014 per opera del sedicente gruppo "The Peace Guardians" in risposta al lancio del film "The Interview" in cui alcuni agenti della CIA avrebbero ucciso il dittatore della Corea del Nord, Kim Jong Un. In questo caso non vi sarebbero sedicenti ragioni politiche dietro il gesto.

Ma chi è OurMine, firmatario quanto meno del secondo tweet? Si tratta di un hacker (o più probabilmente un gruppo) che agisce con modalità simili a quanto avvenuto in altri casi, prendendo di mira istituzioni o celebrità. Sono attribuibili ad OurMine gli attacchi a Sundar Pichai, CEO di Google (e il suo account Quora), e a Mark Zuckerberg (in quel caso furono violati Twitter e Pinterest). Ma nella loro rete sono finiti anche BuzzFeed (tra l'altro subito dopo aver pubblicato una notizia proprio sull'identificazione del gruppo responsabile di diverse azioni sospette), la National Football League e solo una settimana fa Marvel e Netflix.

Gli hacker, in contatto con CBS News smentiscono di aver pubblicato il primo tweet (quello relativo alla finta notizia) ma confermano di aver scritto il secondo (quello che informa circa la violazione dell'account). Il metodo adottato puzza di trovata pubblicitaria per vendere servizi commerciali di protezione digitale, acquistabili attraverso il sito di OurMine e pagabili con Paypal.

In un momento in cui si fa gran parlare della piaga delle notizie false online e della rapidità con cui si diffondono, c'è chiedersi cosa sarebbe accaduto se fosse stato dato tempo alla stampa di "riprendere" la notizia.

Mirko Zago
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