Gaia Bottà

Gli avvoltoi del copyright gettano la maschera

Una delle due menti di Prenda Law ammette le proprie colpe: il copyright non è stata che la leva con cui estorcere denaro ai cittadini della Rete

Roma - La tutela del copyright è stata solo un'occasione per raggranellare denaro; gli utenti della Rete contattati dallo studio legale Prenda Law, accusati di aver abusato del diritto d'autore scaricando contenuti pornografici dalle reti di file sharing, sono stati vittime inconsapevoli di un meccanismo architettato per arricchirne gli artefici: lo ha ammesso di fronte alla giustizia statunitense uno dei due avvocati responsabili di uno dei più noti studi legali che esercitavano pratiche da avvoltoi del copyright.

Le accuse nei confronti di Paul R. Hansmeier e John L. Steele, avvocati responsabili di Prenda Law, erano state formulate nel mese di dicembre: 18 i capi d'accusa a loro carico, variamente articolati in associazione a delinquere finalizzata a diversi tipi di truffa e al riciclaggio di denaro, falsa testimonianza e istigazione a rendere falsa testimonianza. Steele si è assunto tutte le proprie responsabilità: insieme a Hansmeier, ha riferito, ha ordito "un meccanismo che gli ha consentito di ottenere in maniera fraudolenta più di 6 milioni di dollari minacciando di denunciare per violazione di copyright individui sospettati di aver scaricato film pornografici dai servizi di file sharing".

Tra il 2011 e il 2014, ha riconosciuto Steele, Prenda Law si è addentrata nel business della pornografia: attraverso società create allo scopo, sono stati prodotti contenuti per adulti e sono stati acquisiti da terzi i diritti su materiale analogo, creando il materiale per indurre in tentazione le vittime. L'esca è poi stata gettata dagli stessi responsabili di Prenda Law fra il materiale in circolazione sui servizi di file sharing, al solo scopo di tenere traccia degli indirizzi IP di coloro che abboccassero, scaricando e condividendo i contenuti su cui le società collegate allo studio legale detenevano i diritti.
Steele racconta che erano poi soliti rivolgersi ai tribunali statunitensi per ottenere il via libera per richiedere ai fornitori di connettività i dati necessari all'identificazione degli abbonati a cui corrispondessero gli indirizzi IP: lo scopo, evidentemente, non era quello di trascinarli in tribunale. Complice la natura imbarazzante dei contenuti oggetto del contendere, complici le traversie inevitabilmente connesse a un ricorso alla giustizia, nonché le pene previste dalla legge per i colpevoli, i legali di Prenda Law confidavano nel fatto che i netizen accettassero di procedere agli accordi privati proposti dallo studio legale, corrispondendo 3mila dollari per non avviare il caso e risolvere la controversia.

Nel momento in cui la giustizia statunitense aveva cominciato ad intuire le tattiche di Prenda Law, nell'autunno del 2012, Prenda Law ha differenziato le proprie strategie: Steele ammette di aver imbastito delle denunce per violazioni di sistemi informatici mai avvenute, in modo da ottenere il via libera all'identificazione degli indirizzi IP dei netizen rastrellati sulle reti di file sharing, giustificandola con la necessità di individuare i responsabili delle violazioni. Per rendere più credibile il meccanismo, Steele spiega di aver reclutato soggetti disposti a difendersi di reati di cracking mai commessi: a presentarsi in tribunale in questo ruolo c'erano delle vittime dello schema estorsivo di Prenda Law, che hanno accettato di collaborare pur di vedersi annullare la richiesta di risarcimento per la violazione del copyright sui film pornografici. In questo modo, auspicavano i due avvocati, i tribunali avrebbero accordato le richieste di identificazione, e al contempo si sarebbero nascoste le tracce dell'operato di Prenda Law, attribuendo la diffusione delle opere protette ai presunti responsabili delle violazioni mai avvenute.

Estorsioni, false testimonianze, abuso dei meccanismi che dovrebbero tutelare i detentori dei diritti: con l'ammissione di colpa di Steele, Prenda Law getta la maschera. La giustizia statunitense deve ancora fissare una data per la sentenza: Steele, riconoscendo le proprie responsabilità e attribuendo un analogo ruolo al complice Hansmeier, si è accordato per una pena che potrebbe oscillare tra i 97 e i 121 mesi di carcere. Hansmeier rischia di vedersi condannare ad una pena ancora più severa: con la dettagliata confessione del collega, appare difficile che i giudici non riescano a dimostrare la sua colpevolezza.

Gaia Bottà
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