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Accuse di violenza, R.Kelly punito da Spotify

Spotify ha tolto ad R.Kelly la vetrina delle proprie playlist, punendo così l'artista per le gravi accuse che stanno piovendo sull'uomo.

Spotify ha comunicato che, con effetto immediato, smetterà di promuovere la musica di R.Kelly sulla propria piattaforma. Sebbene la cosa possa apparire del tutto inutile e superficiale per chiunque non usi Spotify o non apprezzi la musica di R.Kelly, la decisione è invece qualcosa di estremamente forte per il significato che incarna.

Può chiaramente sembrare una presa di posizione fine a sé stessa, rumorosa poiché coinvolgente nomi noti, ma sterile poiché chiusa nel "piccolo" mondo di un'app. Succede però al termine di anni in cui alle piattaforme online si è chiesta maggiore responsabilizzazione: i filtri YouTube prima, il tema fake news su Facebook poi, e via discorrendo con una moltitudine di sfumature intermedie coinvolgenti più o meno l'intera gamma dell'offerta "social" disponibile. Giunto il momento di Spotify, il gruppo non sembra aver voluto perdere tempo: motivando la propria decisione con nuove policy approvate nel frattempo, ha tolto la propria "raccomandazione" dai brani di R.Kelly e, comportandosi di fatto come un vero e proprio editore, ne ha rimossa la musica da una serie di playlist molto seguite (facendo cadere con ogni probabilità una parte cospicua degli introiti correlati ai diritti d'autore).

Il motivo è da ricercarsi in una serie di accuse piovute sull'artista: coercizione, violenza sessuale ed altre brutte storie confermate da più accusatrici. Sebbene al momento non penda alcuna condanna su R.Kelly, l'iniziativa di Spotify giunge a priori come una legittima presa di distanza: se il gruppo deve offrire i propri canali per la promozione musicale, preferisce farlo con artisti che non abbiano pendenze simili. Leggi? Regolamenti? No, etica.
Spotify non ha dunque agito a seguito di una condanna ed al tempo stesso non ha agito in modo tranchant: ha preso posizione escludendo non tanto il diritto a rimanere sulla piattaforma - corrispondente per contro al diritto degli utenti ad ascoltare la propria musica preferita - ma ha fatto venir meno il proprio contributo al successo dell'artista.

Ora per Spotify la situazione si fa però scomoda, poiché non è certo complesso trovare comportamenti poco "lineari" nel mondo della musica e dello spettacolo. Onde evitare fraintendimenti e manovre scomposte, infatti, il servizio si è dotato di una policy che cerca di chiarire quali siano i comportamenti ed i contenuti messi al bando dalle proprie scelte. In generale il giudizio viene messo nelle mani di gruppi esterni in grado di fornire la propria opinione, mentre il filtro sarà strutturato attorno ad ogni tipo di violenza legata a sesso, etnia, nazionalità, orientamento sessuale, disabilità e altro ancora.

Spotify, insomma, intende farsi carico di una sorta di responsabilità sociale travestita da buon senso, strutturando il tutto in modo estremamente preciso per dimostrare quanto la policy vada presa sul serio. R.Kelly potrà personalmente difendersi in tribunale dalle accuse, affrontando così il giudizio della legge nelle sue infinite sfumature: sulla piattaforma viene invece messo all'angolo l'artista, la cui percezione agli occhi del pubblico è destinata a cambiare repentinamente. Spotify non si sente più di poterne sposare l'immagine e ne prende le distanze applicando regole destinate presto o tardi a colpire anche altri artisti.

A tal proposito una apposita analisi dell'archivio starebbe già filtrando i contenuti per arrivare ad una versione di Spotify ripulita da ogni eventuale promozione di testi o riferimenti scomodi. Da salvaguardare, del resto, non ci sono community e reputazione, ma anche una quotazione in Borsa ancora troppo giovane e instabile.
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