la redazione

Facebook, un bug da condividere con 14 milioni di utenti

Facebook ha comunicato un bug che ha colpito 14 milioni di account, ma la cui responsabilità per eventuali problemi conseguiti va condivisa con gli utenti stessi.

Facebook ha tradito la fiducia di 14 milioni di utenti: questa è la sensazione che trapela dai titoli delle cronache tecnologiche di queste ore, ove è raccontato un grave bug che avrebbe reso pubblici gli aggiornamenti privati di un gran numero di utenti. La situazione è però parzialmente (e sostanzialmente) differente. Per questo ha probabilmente più senso parlare di bug a metà, scaricando almeno metà delle responsabilità sugli utenti, gli utenti tutti, a prescindere da chi sia stato colpito o meno dal problema. La realtà del guaio è stata spiegata da Facebook con un apposito post che esplicita come nessun dato privato sia stato esposto. Piuttosto, 14 milioni di utenti hanno subito un problema differente: il social network, all'atto di pubblicazione di un nuovo posto, ha automaticamente suggerito una condivisione pubblica del contenuto invece di mantenere la precedente impostazione utilizzata. Facebook spiega di aver già risolto il problema e, per scrupolo cautelativo, ha avvisato le persone colpite dal bug per avvisarle di quanto accaduto e per suggerire di verificare le impostazioni per la privacy degli ultimi aggiornamenti caricati.

Una responsabilità da condividere

A questo punto è però necessario badare anche all'altra faccia della medaglia: l'utente. Ogni utente colpito da questo bug, infatti, ha avuto comunque la possibilità di non subirne danno alcuno se solo avesse verificato, prima di pubblicare, che tipo di impostazione fosse prevista per il post in questione. Non è un lavoro oneroso: è un semplice colpo d'occhio su un'icona disposta vicino al pulsante di pubblicazione. E soprattutto è un colpo d'occhio che chiunque dovrebbe imporsi ogni qualvolta pubblica o condivide qualcosa. Il messaggio merita di essere pubblico? Val la pena estenderlo soltanto ai propri amici? Ha senso limitarlo sono ad una specifica lista di conoscenti? Quello che dovrebbe essere un atteggiamento di semplice consapevolezza, sarebbe altresì un atteggiamento di sana ecologia comunicativa: limitare laddove possibile la portata dei propri post significa assumere un atteggiamento "sociale" più corretto, che limita il rumore di fondo e aumenta l'interesse generale del network. In questo caso, il semplice accorgimento di un controllo fugace prima della pubblicazione, sarebbe anche un corretto modus operandi per evitare di essere alla mercé di un servizio che più e più volte ha dimostrato di essere disseminato di intoppi di questo tipo. Così come il social network deve far di tutto per conquistarsi la fiducia degli utenti, allo stesso modo gli utenti devono far di tutto per non concedere fiducia completa al social network. In questa tensione verrebbe a maturare uno stato di sicurezza che andrebbe a favore sia dell'una che dell'altra parte. Ove questo rapporto è lasso, invece, viene a crearsi il contesto ideale per problemi come quello del bug che ha colpito 14 milioni di utenti. I quali probabilmente neppure se ne erano accorti, perché in buona parte mai avevano fatto particolarmente caso a semplici e banali impostazioni come quello della privacy in fase di pubblicazione. Certificare una co-responsabilità degli utenti non significa deresponsabilizzare il social network, il quale fa bene a scusarsi ed a garantire maggiori risorse affinché problemi come questo non possano più accadere. Ma vedere soltanto metà della medaglia significa deresponsabilizzare quello che nella maggior parte dei casi è l'anello debole della sicurezza: l'uomo. La mancanza di un livello minimo di consapevolezza, dopo i mille avvisi portati avanti da ogni dove, è giocoforza una colpa. Una colpa di cui qualsiasi utente dovrà farsi carico se non si sarà dotato degli strumenti minimi di conoscenza e controllo nella gestione del proprio account, dei propri contenuti e di quegli aspetti della vita personale portati spontaneamente sul social network.