mercoledì 31 marzo 2004

P2P e denunce in Italia, parla FIMI

Punto Informatico intervista Enzo Mazza, direttore generale della FIMI, per capire meglio i contorni dell'operazione annunciata ieri dalle organizzazioni internazionali dell'industria musicale. C'è un futuro per il P2P legale?

P2P e denunce in Italia, parla FIMIPI: L'industria ritiene la condivisione di file musicali un vero e proprio furto che danneggia l'intero settore. Non temete che un'azione legale su vasta scala possa, nel tempo, suscitare il risentimento di una parte importante di quel settore, cioè di chi compra quei prodotti?
EM: Esistono ricerche di mercato che mostrano la disponibilità di molti consumatori verso un'offerta legale e di qualità e oggi, paradossalmente, l'offerta di musica si sta ampliando grazie alla riduzione della soglia d'ingresso data dalle nuove tecnologie, soprattutto sul fronte distributivo. Molti più gruppi ed artisti hanno la possibilità di farsi conoscere, i modi per entrare in contatto con la musica si stanno moltiplicando, pensiamo non solo al download, ma anche allo streaming, al mobile, ecc.
Apple Itunes in USA ha avuto 50 milioni di download a pagamento, il mercato quindi c'è ed è pronto a recepire l'offerta.

PI: Sì, infatti stanno fiorendo molti di questi sistemi, sebbene nessuno possa vantare capacità di distribuzione equiparabili a quelle delle piattaforme peer-to-peer. È da escludere, con lo sviluppo di sistemi legali di scambio, la nascita di un P2P legale magari finanziato da abbonamenti di qualche euro/mese versati dagli utenti? È un'opzione?
EM: Certamente il p2p legale avrà una sua collocazione, anche se è inevitabile che si debba costruire dei modelli che consentano il filtering. In USA, tecnologie per filtrare come Audible Magic e Snopcap sono all'esame sia dei titolari dei diritti, sia di alcune imprese che hanno prodotti per il p2p. Se dovessero funzionare si aprirà una nuova strada.

PI: Uno studio condotto all'Università di Harvard rilasciato proprio in queste ore sostiene che il file sharing musicale non solo non danneggia le vendite ma persino puo' contribuire ad alimentarle. L'industria, a Milano, ha sostenuto l'esatto opposto. Difendere il principio del diritto di disporre dell'opera da parte dell'autore o del produttore con ogni mezzo non rischia di far perdere delle opportunità che il nuovo ambiente digitale produce?
EM: Purtroppo le ricerche come quella citata sono sistematicamente smentite da altre e dai fatti.
Tutti i maggiori studi di Forrester, Enders e Impact tra il 2002 e il 2003 hanno mostrato il devastante effetto sulle vendite. Inoltre lo studio di Harward ha preso in esame il periodo dell'anno, ovvero l'ultimo trimestre, che da solo rappresenta tradizionalmente il 40 % delle vendite, comparandolo con altri trimestri dell'anno. È evidente che invece bisogna costruire questi studi su periodi più estesi.
In altri Paesi, come Australia, Giappone, Germania, vi sono poi studi che hanno dimostrato che i downloader intervistati comprano nel complesso meno musica.
Ripeto poi il caso della musica dance italiana. Come è noto si tratta di brani che hanno vita breve e hanno subito un impatto devastante dal download selvaggio. Perfino deejay che operano professionalmente si scaricano i brani senza pagarli, però poi alla discoteca chiedono un cachet per la serata dove si esibiscono con brani pirata e questo è oltremodo inaccettabile.

Intervista a cura di Paolo De Andreis
TAG: italia
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