
Mi rendo conto, come molti scettici lettori, che è semplicemente ridicolo pensare che queste violazioni siano minimamente perseguibili, pertanto più che ridicolo sembra inutile appellarsi a maggiori severità nel contrastare questi reati così pericolosi per l'ordine pubblico da necessitare le più severe forme di pena (qualcuno ha fatto notare come le pene per la riproduzione casalinga di software siano comparabilmente maggiori di circa due ordini di grandezza rispetto ai reati di corruzione politica, a parità di danno economico), eppure anche quest'urlo sguaiato si è innalzato più d'una volta dalle bocche rabbiose degli antipirati, sempre pronti a non fare distinzioni tra il "consumo individuale di prodotti pirata" e lo "spaccio in grande stile". Le accuse di "furto", in questo campo, si sprecano. Fortunatamente una distinzione, tra comportamenti individuali senza scopo di lucro e organizzati a scopo di sfruttamento e commercio illegale, che almeno una parte della magistratura italiana, e l'ultima legge sull'argomento della Comunità Europea, continuano ad aver chiaro (ma per quanto ancora?).
Il diritto d'autore è, mi scusino i giuristi per la mia estrema semplificazione della materia - ma solo quanto dovranno avermi già scusato gli studiosi di filosofia per l'altrettanto radicale semplificazione della filosofia prudhoniana - il diritto d'autore, dicevo, è un diritto secondario e un po ' posticcio attaccato lì per (non si è bene ancora sicuri di quale) utilità sociale nel tardo ottocento, ma concretizzatosi universalmente solo durante il periodo odioso dei peggiori nazionalismi oscurantisti che la prima parte dello scorso secolo ci ha riservato.
Fa un po' senso, e racconta molte cose, ad esempio, vedere che
questa legge della Repubblica Italiana di cui gli antipirati tanto menano vanto rimane ben piantata su quella del 1941 che inizia con queste solenni parole: "Vittorio Emanuele III Per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d'Italia e di Albania Imperatore d'Etiopia Il senato e la camera dei fasci e delle corporazioni a mezzo delle loro commissioni legislative, hanno approvato; Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue..."
L'estensione estremistica, propugnata da questo aggregato di antipirati, di questo diritto posticcio e contorto che tende a limitare la proprietà privata individuale a favore di una sempre più vaga idea di proprietà intellettuale che assegna peraltro solo in misura minima e trascurabile vantaggi agli autori ma soprattutto tende a lasciar prosperare alcune organizzazioni non meglio identificate, sarebbe stato il sogno di Pierre-Joseph, senza dubbio. Salterebbe dalla gioia scoprendo che qualcuno sia stato in grado di inventare ed imporre un super-diritto positivo capace di mangiarsi a colazione quello reale di proprietà, che nei diritti umani sembrava essere tra i più inalienabili, e che organizzazioni transnazionali riuscano a gestire totalmente, fuori da ogni controllo legale complessivo, la vita degli individui (perché nella società dell'informazione chi controlla il flusso informativo controlla la vita individuale). Questo copyright è il sogno felice del teppista-filosofo Proudhon.