DMCA, vietato riparare computer?

Paradossi made in USA. Una sentenza sul DMCA stabilisce che gli interventi di assistenza tecnica possono violare brevetti e copyright

Roma - La Corte Distrettuale di Boston si pronuncia contro una piccola azienda di assistenza tecnica, accusandola di violazione del DMCA. La storia ha un sapore vagamente insolito e paradossale: la Custom Hardware Engineering&Consulting, specializzata in riparazioni e consulenze personalizzate, viene contattata da un cliente per aggiustare alcuni software Storagetek. "Il software è guasto, non funziona: voglio che lo sistemiate subito, costi quel che costi". Il cliente insoddisfatto si appella al più vicino ed affidabile centro privato di assistenza informatica. Scene di tutti i giorni, per chi lavora nel settore.

Detto, fatto: i tecnici informatici riescono magicamente ad arginare il problema, dando un formidabile esempio di hacking che anima spesso il mondo dei programmatori professionisti: arrangiarsi per migliorare ciò che si possiede, spulciandone ogni potenzialità. Infatti i programmatori della Custom Hardware Engineering&Consulting hanno accontentato il cliente in questione grazie ad un programmino su misura, in grado di accedere temporaneamente ad una parte di codice protetta e buggata. Il programma, una volta entrato in memoria, avrebbe arginato un algoritmo di protezione brevettato da Storagetek che preclude l'accesso alla manutenzione del software.

Il fine giustifica i mezzi? Se sono in ballo la soddisfazione dei clienti, l'attività di piccole aziende tecnologiche (dunque di una importante fetta di mercato), ma sopratutto la riparazione di computer compromessi, la risposta è secca: no. Secondo quanto espresso dai magistrati americani, intervenire su un prodotto informatico legittimamente acquistato (su cui vale il diritto di proprietà) è in contrasto con le norme del DMCA. Un programma caricato nella RAM per fare debugging è legale fintanto che non viene utilizzato...
Insomma: se chiamiamo il ferramenta e questo sfonda la nostra porta di casa, dopo che ci siamo chiusi fuori, è un criminale. Non importa se la casa è di nostra proprietà. Non importa l'urgenza e la necessità della nostra richiesta d'aiuto professionale.

La Storagetek ha infatti accusato il "ferramenta digitale" di aver violato un "segreto industriale", eseguendo del reverse-engeneering su del codice brevettato. Adesso, la piccola ditta di assistenza informatica rischia persino la reputazione, schiacciata dall'onta di una terribile etichetta: pirateria.

Il DMCA si dimostra così, per l'ennesima volta, una legge ampiamente in contrasto con libertà comunemente date per acquisite. Un'opinione sempre più forte negli ambienti "democrats", da dove si stanno levando -seppur timidamente- alcune voci di protesta. La sentenza della Corte Distrettuale di Boston è un triste precedente che non mancherà di avere una certa rilevanza nel futuro più immediato. Possibilmente sarà anche una punzecchiatura per attivare tutti coloro che sperano in un mondo informatico a cuore aperto.

Questa ultimissima vicenda della "saga del DMCA", notoriamente a favore della concentrazione monopolistica dei saperi e dei brevetti, incapace di gettare le basi per l'abbattimento della pirateria, è certo un colpo ad una importante nicchia di mercato. Un passo in avanti verso un mondo digitale integralmente soggiogato al brevetto selvaggio.

Il Digital Millenium Copyright Act (datato 1998), da molti considerata la legge che più sfida nella storia americana la Costituzione USA, ancora una volta si abbatte sul sistema economico dell'informatica, tramortendo le piccole aziende: dal produttore al consumatore, passando per ogni punto intermedio e collaterale, tutto sembra destinato a cedere sotto il peso dei brevetti: felice chi ce li ha.
(Tommaso Lombardi)
TAG: censura
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