Scrostature d'agenzia di stampa

di Massimo Mantellini. Che questa notizia non sia degna di pubblicazione nemmeno nel settimanale della parrocchia è evidente. Come è finita su tutti i giornali?

Web (internet) - Punto Informatico ha già parlato qualche giorno fa del dispaccio Ansa sulla penetrazione Internet in Italia basato, incredibilmente, su dati ISTAT riferiti al 1996. Lo ha fatto l'11 novembre con la tempestività necessaria (il lancio Ansa era del 10 novembre alle 12,20). Come ci aspettavamo nel giro di una settimana la "non notizia Ansa" ha fatto il giro dei quattro cantoni dell'informazione italiana ed è andata ad ingrossare il fiume di valutazioni positive sulla crescita di Internet in Italia di cui leggiamo ormai quotidianamente.

Perché accadono cose del genere? Perché mai gli stessi mezzi di informazione che ogni giorno vanno ripetendoci che il tempo in rete viaggia più velocemente e che un anno su Internet vale dieci anni nella vita reale, considerano pubblicabile una notizia come quella? Ci arriviamo fra un attimo.

Rileggiamo intanto assieme le poche righe del flash di agenzia: "(ANSA) - ROMA, 10 NOV - Anche il nostro Paese si avvia verso il raggiungimento di livelli di valore assoluto nella penetrazione di Internet, dei servizi informatici e delle nuove tecnologie in generale. Lo sottolinea l'Istat in uno dei capitoli dell' annuario 1999, citando alcuni dati che peraltro fanno riferimento al 1996..."
Il nostro paese dunque, se capiamo bene, nel 1996 si avviava "verso il raggiungimento di livelli di valore assoluto nella penetrazione di Internet". Non ci sono troppi commenti da fare, una volta scartato per ragioni di eleganza il turpiloquio.

E ' sufficiente pensare a quanti fossero gli utenti Internet in Italia tre anni fa (di sicuro meno di 500.000, con ogni probabilità circa 300.000) per considerare che una penetrazione dello 0,5 per cento è piuttosto difficile da definire come "un livello di valore assoluto". Il fatto che sia l'Istituto Superiore di Statistica a spararla tanto grossa non cambia di molto la realtà dei fatti. Né attenua le responsabilità dell'Ansa nel diffondere sciocchezze del genere.

Che questa notizia non sia degna di pubblicazione nemmeno nel settimanale della parrocchia è più che evidente. E allora come mai è finita regolarmente su tutti i giornali italiani? I giornalisti del belpaese sono tutti venduti? Sono vittime di un momento di disorientamento? No, sappiamo che non è così. La faccenda è invece un'altra.

Notizie simili hanno un loro "senso" a dispetto della loro totale inesattezza e nonostante la loro superficialità. Rientrano infatti nella campagna più o meno conscia che vede protagonisti i mezzi di informazione nella veste di educatori dei lettori. Anche l'Ansa ha evidentemente deciso di non sfuggire a questa regola, sebbene le sue agenzie interessino più gli addetti ai lavori che i lettori in senso stretto.

E? una funzione nella maggioranza dei casi non richiesta che si basa sulla presunzione che chi ci legge abbia necessità di essere indirizzato, nella migliore delle ipotesi, verso il bene comune. Un giorno si applica questo atteggiamento alla lotta all'AIDS, qualche tempo dopo lo si piega alle esigenze di educazione verso i rischi da ecstasy per i giovani (accade in questi giorni) o per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle stragi del sabato sera o su qualsiasi altro argomento.

Da qualche anno, nel suo piccolo, il medesimo atteggiamento paternalistico viene tenuto anche nei confronti della crescita di Internet in Italia. Internet da noi non ne vuole sapere di decollare? Siamo (e restiamo) in coda nelle graduatorie dello sviluppo della rete fra i paesi più industrializzati? Poco male, basterà scrivere che la rete invece piace a tutti, che tutti la usano con soddisfazione (anche nel 1996) specie per fare eccitanti acquisti online, che insomma, per usare le parole dell'Ansa, "anche il nostro Paese si avvia verso il raggiungimento di livelli di valore assoluto nella penetrazione di Internet". E chissà che non accada il miracolo. Chissà che finalmente, dopo tre lunghi anni, non "ci si avvii".

E i giornalisti, sempre più di frequente, da diffusori di informazione e divulgatori di cultura si trasformano in nonnine ansiose, preoccupate per l'educazione del nipotino. E nessuno che spieghi loro che "il nipotino" in realtà non è loro parente, nemmeno alla lontana.

Massimo Mantellini
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