Max Vision si dichiara colpevole

Noto per essere stato informatore della polizia federale americana, il cracker ha ammesso di essere entrato in computer classificati. Un'azione che ora può costargli fino a cinque anni di reclusione e multe fino a 250mila dollari

San Francisco (USA) - Noto per essere stato informatore dell'FBI per aiutare la polizia federale a combattere il crimine informatico, il 27enne Max Ray Butler, "in arte" Max Vision, ha patteggiato al suo processo per effrazione informatica. Ha ammesso di aver violato in diverse occasioni computer protetti causando danni rilevanti: un'ammissione che può portarlo per cinque anni dietro le sbarre oltreché ad una multa di 250mila dollari.

Butler, oggi libero su cauzione, ha quindici capi d'accusa che gli pendono sulla testa, tutti relativi all'ingresso non autorizzato in computer governativi, a tentativi di furto di password e a guasti causati alle reti protette che è riuscito a bucare.

Il caso di Max Vision è però emblematico, secondo molti, del rapporto duplice e ambiguo che lega ampie zone del mondo del cracking con i cybercops statunitensi, accusati di non andare troppo per il sottile nel coinvolgere chi può essere loro utile. Un caso esemplare è anche quello di Patrick Naughton, ex manager Disney accusato di "cyberpedofilia", utilizzato a lungo, durante il processo che lo vedeva imputato, come collaboratore di Giustizia in cambio di uno sconto di pena.
Lunga la lista dei sistemi americani violati da Butler: Laboratori nazionali Argonne e Laboratori Brookhaven di New York del Dipartimento dell'Energia; il Marshall Flight Center della NASA in Alabama; il server del Ministero dei Trasporti a Washington; i siti del capo della Difesa USA a Washington; una serie indefinita di accessi a server del Ministero della Difesa e di alcune aziende private.