Processo Microsoft, crolla il giudice?

Dichiarazioni al limite dell'incredibile quelle rilasciate nelle scorse ore dal giudice Thomas Penfield Jackson, il magistrato che in primo grado ha condannato Microsoft e che ora si dice pronto a tirarsi fuori dal caso

Washington (USA) - Chi lo ha visto presiedere il processo antitrust contro Microsoft probabilmente non lo avrebbe mai detto, ma il giudice Thomas Penfield Jackson sembra ora preda di notevoli incertezze. Il magistrato che scosse Silicon Valley condannando Microsoft in primo grado per abuso di posizione dominante, ha espresso sulla stampa una serie di dichiarazioni che inducono a ritenere che non sia più così sicuro che quel che ha scritto e deciso sia "giusto".

Jackson ha spiegato che qualora la Corte d'Appello, che sta rivedendo il caso, trovi che la sua sentenza sia stata "fondamentalmente errata" allora lui prenderebbe in seria considerazione l'ipotesi di lasciare il caso. Addirittura sarebbe pronto a farlo anche solo se i giudici, che stanno esaminando il caso emerso dal primo grado di giudizio, decidessero di procedere a nuove audizioni a proposito delle soluzioni previste da Jackson, in particolare circa lo smembramento di Microsoft in due aziende.

"La mia decisione - ha detto Jackson - dipenderà in buona parte dal tipo di reazione alla mia sentenza che arriverà dalla Corte d'Appello. Se si affermerà che ho sbagliato, anche se non si richiederà la mia rimozione dal caso, dovrò prendere in seria considerazione l'ipotesi di lasciare". "La mia posizione sul processo - ha spiegato il magistrato - è tutta sulla stampa. Se fosse sbagliata allora forse è meglio che altri se ne occupino".
Va detto che Microsoft ha già spiegato che chiederà alla Corte d'Appello la rimozione di Jackson sulla base dei numerosi interventi sulla stampa che il giudice si è concesso durante il processo e dopo. Su questo fronte Jackson ha affermato di aver parlato "perché preoccupato di una errata concezione del mio ruolo in questo caso" dovuta "ad una campagna di pubbliche relazioni" messa in piedi da "una o più delle parti in causa".

Sulle cose che Jackson avrebbe detto in privato ai giornalisti durante il caso, uno dei motivi per cui Microsoft lo attacca, il magistrato ha detto: "Il mio dovere relativamente alla riservatezza ("embargo") è che fino a quando è dovuta rimane, e le cose dette ai giornalisti semplicemente non sono mai state dette".

Jackson ha anche spiegato come la sua sentenza, quella che ora teme venga sconfessata dalla Corte d'Appello, abbia rappresentato "l'ultima spiaggia", dopo che Microsoft si era dimostrata "intransigente" a fronte dei suoi reiterati tentativi di arrivare ad un accordo.
TAG: microsoft