Editoriale 12/11/2000

Il movimento open source e la comunità Linux sono chiamati ad una prova di maturità, ma il rischio che tutti i buoni propositi cozzino con le tradizionali debolezze umane, è molto alto

Il mondo dell?open source si sta ammalando di un brutto cancro, ma in pochi sembrano accorgersene. I ?linuxiani?, una comunità di utenti di cui sono entrato a far parte in tempi non sospetti e che si può considerare la massima esponente del movimento open source odierno, sembra dominata ormai da un?esaltazione folle, incontrollata, che la rende spesso arrogante, ottusa, cieca. Vogliamo combattere i monopoli, ma ci comportiamo da monopolisti; vogliamo migliorare il mondo, ma siamo ipocriti con noi stessi, prima ancora che con gli altri; vogliamo dare esempio di unità, ma ci dividiamo alla prima occasione.
La filosofia open source, che pone le sue radici nel movimento del free software di Stallmann e prima ancora in quello del free speech dell?università di Berkeley, è idealismo all?americana, pertanto ben lontano da ogni concetto, se pure mascherato, di ?comunismo?. L?open source dà tutte le opportunità possibili di far soldi, ma attraverso un meccanismo più democratico, trasparente, che avvantaggi gli sviluppatori quanto gli utenti, e che incoraggi la concorrenza e la qualità delle idee. Tutto questo attraverso la svalutazione del software come bene commerciale fine a sé stesso, e attraverso la sua rivalutazione e nobilitazione come base comune di sapere.
Ma le cose non stanno proseguendo in questa direzione, e la colpa è del fatto che, al contrario di quello che si credeva, non bastano le licenze aperte o il buon Torvalds a scacciare la corruzione che la mentalità del profitto sta portando anche nel mondo open source. Quello che io vedo è sì un pinguino forte e in piena forma, ma anche un moltiplicarsi di distribuzioni che divergono sempre più fra loro; aziende desiderose di tornare a perseguire la via più facile e guadagnare dal software, oltre che dai servizi; business man in giacca e cravatta dediti a metter su dei piccoli LinuxSmau a destra e a manca, e da lì diffondere un ?verbo? non loro; vecchi utenti di Linux improvvisatisi IT manager che vanno a dire in giro che il più grande pregio del software open source è la sua gratuità, senza peraltro essersi mai degnati di fare uno studio serio sui suoi costi. Ma buona parte della comunità, quella che dovrebbe guidare il movimento open source verso la nuova era e far comprendere alla gente comune i veri pregi della filosofia del free software, sembra occupatissima nelle sue guerre sante, nella sua propaganda sterile.
Per fortuna alla base di questa comunità esiste ancora un gruppo coeso di veri hacker, di persone amanti della tecnologia che si avvalgono della filosofia open source non come di uno strumento di attacco, intolleranza, glorificazione, ma semmai di progresso, conoscenza, comprensione. Sono loro i veri ed unici paladini dell?open source.
Alessandro Del Rosso