Ombre sulle norme UE sull'ecomm

A Bruxelles i paesi dell'Unione hanno firmato un regolamento sull'ecommerce che diverrà efficace dal prossimo marzo e che lega le dispute legali al paese del cliente che compie acquisti. Ma in molti protestano: una norma contraddittoria

Roma - Non ha convinto tutti la normativa che i 15 hanno approvato e che il prossimo marzo darà un nuovo volto, anche se probabilmente solo provvisorio, alle attività di commercio elettronico condotte all'interno dell'Unione Europea.

La normativa, nota come Bruxelles I, gira attorno ad un punto fondamentale: il diritto di chi compie un acquisto su un sito europeo di rivolgersi, in caso di contestazione, alle strutture legali del proprio paese. Una norma che nell'idea dei firmatari dovrebbe dare maggiori certezze agli utenti e dunque favorire lo sviluppo dell'ecommerce nel Vecchio Continente.

Ma non tutti la pensano così. Anzitutto perché sembra andare contro una direttiva europea che ancora deve entrare in vigore e che si basa sul principio apparentemente opposto, quello secondo cui un sito Web dovrebbe poter vendere beni e servizi seguendo le sole leggi del paese in cui il sito stesso è "residente".
Wim Mijs, alto funzionario dell'importante banca olandese ABN Amro, ha spiegato alcuni dei problemi sollevati da Bruxelles I: "Per le grandi imprese non è un problema, perché hanno uffici e avvocati in tutti i paesi della UE. Alle piccole e medie imprese invece si chiede di sostenere costi assicurativi e legali qualora intendessero fare qualcosa per intervenire in una contestazione loro rivolta al di fuori dei propri confini nazionali. Come risultato i venture capitalist potrebbero essere più prudenti nell'investire in imprese a respiro europeo".

Un'altra critica riguarda il fatto che la Convenzione de L'Aia da tempo sta lavorando su una proposta globale per l'ecommerce e in molti si chiedono perché la UE non abbia deciso di attendere quella proposta prima di precedere in questa direzione. Secondo i proponenti di Bruxelles I, invece, la nuova normativa entra a pieno titolo nel dibattito in sede di Convenzione. Il problema è che la Convenzione, fino ad oggi, lavora sull'ipotesi secondo cui il cliente può rivolgersi alle strutture giurisdizionali del proprio paese solo nel caso in cui il sito web da cui ha acquistato beni o servizi rivolga le proprie offerte specificamente al paese dov'è residente il cliente stesso...