Dude.it/ Programmatori o sciamani?

di Enrico Battocchi. Lo sa bene chi non ne fa parte: il rapporto con le caste dell'informatica richiede continui atti di fede. A quando un profeta capace di diffondere un nuovo Vangelo e tagliar fuori i parassiti?

Web - La Silicon Valley è la nuova Mecca, proclama l'ennesimo studio. Banalità da antropologi in ritardo. Ci siamo accorti da tempo che la comunità informatica è percorsa da concetti squisitamente religiosi, e si citano spesso e volentieri le "guerre sante" degli ultimi vent'anni, fino all'ultima jihad Windows-Linux. Per tacer poi delle "minacce" esterne ai territori telematici: la crociata antipedofili, la censura inquisizione del 2000, gli anatemi di medici, sociologi, giornalisti.

Ma qualcosa forse non è ancora stato analizzato a dovere, men che meno dagli antropologi autori del suddetto studio: ovvero come la tecnologia, in particolar modo quella informatico-digitale (ma solo perché più recente), abbia sempre, soprattutto nelle sue manifestazioni quotidiane, caratteristiche tipiche delle culture sciamaniche, mistiche, protomediche. Non si tratta solo di chiamare "Voodoo" una scheda grafica. Il sapere è tecnologico, anche quello spicciolo, coltivato in caste, ciascuna coi propri guru, e chi non vi partecipa subisce l'infamante marchio di "utente", avvolto suo malgrado nell'ignoranza delle misteriose ricette propinategli.

La programmazione, del resto, possiede intrinseci caratteri esoterici, di cui la plebe conosce solo le manifestazioni compilate. Lo sciamano digitale può raggiungere una conoscenza anche molto approfondita dei segreti del silicio, novella pietra filosofale, ma ricorre comunque ad empirismi tramandati da generazioni (la pressione del tasto reset), a volte perfino da lontane epoche preistoriche (la "botta" al monitor bizzoso): gesti rituali, automatici, in certa percentuale efficaci, che se eseguiti con aria competente contribuiscono a creare intorno al "tecnico" un alone da taumaturgo, capace di correre al capezzale di un sistema asfittico per mancanza di memoria virtuale e compiere il miracolo con un provvidenziale salasso dell' hard-disk.
All'occorrenza sa praticare un'esorcistica formattazione, e vegliare alla reinstallazione fintanto che l'indemoniato non possa essere restituito alle amorevoli cure della famiglia; sa perfino vendersi bene, imputare al trascendente (il destino, la sfiga, la Microsoft) le disastrose conseguenze di indebite operazioni da parte dei non iniziati, e rinforzare, con spiegazioni solo apparentemente chiare, il suo status di unica persona capace di mettere le cose a posto. Ma l'informatico, va detto, non è in sé un ciarlatano, sempre che chi legge possa fidarsi della parola di uno della categoria. I parassiti di questo sapere parascientifico sono i profeti dell'economia, che vanno a nozze con un vocabolario di tal fatta e trovano campo libero per prevedere, scrutando nella sfera di cristallo liquido, un sole eterno nella Terra dei Nasdaq; oppure i santoni che vaticinano con entusiasmo la reincarnazione della Prosperità in un wafer di silicio, o quei potenti papi del software che, al pari di quelli veri, costruiscono Stati degli Stati, piegano sovente al loro volere i capi politici, e portano all'ovile con sapienti trovate di marketing le pecorelle smarrite.

Per questo l'Open Source ha successo: inserendosi alla perfezione in un discorso dove l'autoconsapevolezza "di casta" ha ancora un grande potere attrattivo, combatte efficacemente la stregoneria oligarchica/industriale. Resta il problema degli utenti "normali": e allora bisognerebbe accorgersi davvero che, forse, l'unica risposta plausibile da parte degli sciamani è la presa di coscienza del rapporto individuale con i non-iniziati. Fuor di metafora, la possibilità di una delle più grandi e capillari assistenze informatiche del pianeta.

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