Radio online a rischio royalty

L'ultima frontiera delle grandi industrie del settore: costringere le net-radio a pagare ogni singolo brano mandato in onda e spingere le radio che diffondono musica anche online a versare un contributo in più

Roma - Chi gestisce un canale radiofonico sulla Rete o le imprese che offrono la possibilità di creare canali del genere dovranno pagare alle case discografiche le royalty sulla musica trasmessa. Almeno negli Stati Uniti, dove una decisione dell'Ufficio federale del Copyright ha stabilito che l'industria di settore ha diritto a quelle percentuali e che queste verranno a breve determinate da un comitato di arbitri scelto ad hoc.

Quello delle radio online non è che l'ultimo fronte sul quale i colossi dell'industria discografica, come BMG o Universal Music, hanno intenzione di combattere la propria battaglia per evitare che le nuove tecnologie rosicchino, più di quanto già non fanno, business plurimiliardari consolidati.

Oltre alle "net-radio", ad essere interessate dalla decisione dell'Ufficio del Copyright sono anche le circa 4mila stazioni radio americane che diffondono i propri programmi anche in modo "tradizionale" via etere.
Secondo l'Associazione dei broadcasters, la decisione è grave: "Quello che l'industria musicale sta tentando di fare è di tartassare chi trasmette con tasse che il Congresso ha già deciso di non farci pagare".

Altro problema non indifferente riguarda le net-radio interattive, quelle che di fatto consentono ai propri utenti di personalizzare l'ascolto. L'Ufficio del copyright ha infatti deciso che in questi casi non può essere adottato il principio della "royalty cumulativa", ovvero di un forfait che comprenda tutta la musica trasmessa senza costringere la radio ad una negoziazione con ogni singola casa discografica interessata. Una decisione destinata ad aumentare i costi anche per questo genere di radiofonia digitale.
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