La dialettica intorno alla "proprietà intellettuale" (termine in sé aspramente contestato da più parti, sia per la sua genericità che tende a nascondere le specifiche differenze tra diritto d'autore, brevetti, marchi e altri istituti giuridici, sia per la supposta inapplicabilità del concetto di "proprietà" a beni e processi di natura non materiale) e ai relativi paradigmi gestionali che hanno caratterizzato le attività sia del WIPO che di altre organizzazioni nazionali e sovranazionali negli anni passati, è divenuta particolarmente accesa.
Da più parti si è puntato il dito verso l'atteggiamento del WIPO e di alcuni stati membri perché acriticamente a favore di una tutela forte (a volte asfissiante) e a senso unico della proprietà intellettuale, dimenticandone l'insita natura di reciprocità, fondamentalmente contrattuale nel senso politico del termine - la collettività concede all'autore, all'inventore o ad altro titolare dei diritti esclusivi relativi allo sfruttamento intellettuale, economico o meno, di un particolare bene (per esempio, nel caso del diritto d'autore, la facoltà quasi assoluta di decidere le modalità tramite cui un'opera dell'ingegno come un programma per elaboratore o un libro possono essere usufruite) riconoscendo che, se tali diritti esclusivi non esistessero, il soggetto beneficiario difficilmente impiegherebbe lo sforzo o effettuerebbe gli investimenti necessari per giungere alla creazione o alla scoperta di un particolare bene. Di conseguenza, tali diritti esclusivi hanno solitamente un limite temporale preciso, oltre a poter essere esercitati solo all'interno di un perimetro delimitato da una serie di diritti che la collettività mantiene. Al termine del periodo di esclusività concesso, l'opera dell'ingegno, l'invenzione o in generale il "bene intellettuale" torna ad essere della collettività, che ne può disporre come meglio crede - torna nel "pubblico dominio".
Può risultare istruttivo, a questo proposito, consultare la
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, in particolare
l'art. 27, laddove il "diritto (di ogni individuo) di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici" è posto
prima del "diritto (di ogni individuo) alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore". Come si diceva, contratto sociale e politico tra collettività e creatore/inventore, non mero diritto privativo ed esclusivo: questo è il concetto di base su cui le fattispecie specifiche delle leggi di proprietà intellettuale si basano - o si dovrebbero basare.
L'agenda per lo sviluppo: un nuovo obiettivo per il WIPOIl WIPO è sempre stato, per sua natura, una istituzione fortemente globalizzata - nata proprio per regolare le norme in materia di proprietà intellettuale a livello transnazionale (alcuni suggerirebbero maliziosamente a livello sovranazionale, a sottolineare la natura poco democratica di alcuni processi decisionali dell'organizzazione) il WIPO si è dovuto confrontare via via con le realtà fortemente sbilanciate, in termini di ricchezza, opportunità, potenzialità di crescita dei propri stati membri - e in particolare di come le politiche di gestione della proprietà intellettuale applicabili a società ricche e a forte connotazione post-fordista non necessariamente siano le stesse che permettono a paesi e società in via di sviluppo di crescere e progredire.
Da tempo voci critiche hanno segnalato come le pratiche correnti all'interno del WIPO non solo non tenessero conto delle differenze tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo, ma anzi contribuissero ad aumentare tale divario con atteggiamenti (e atti normativi) fortemente sperequativi. L'
accordo di cooperazione tra WIPO e l'
Organizzazione Mondiale del Commercio (OMP - nota anche come World Trade Organization, WTO) cooperazione specificamente incentrata sull'Accordo TRIPS (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights - (accordo) sugli Aspetti Legati al Commercio dei Diritti di Proprietà Intellettuale) non ha fatto altro che dare maggior forza a tali voci. Il WIPO - si sostiene - sta diventando solo un'altra clava nelle mani di pochi stati già sviluppati, che vogliono imporre al resto del mondo delle politiche inique per sfruttare da un lato un enorme bacino di conoscenza trasformabile in "beni di mercato", dall'altro intendono assicurarsi regole certe e vantaggiose (per loro) nel momento in cui decideranno di intraprendere relazioni commerciali al di fuori dei propri confini.
Ma qualcosa, come si suol dire, stava bollendo in pentola.