Come ormai tutti sanno, in occasione della Worlwide Developers Conference (WWDC) di San Francisco Steve Jobs, CEO di
Apple, ha annunciato
uno storico accordo con
Intel per la fornitura di microprocessori da utilizzare sui Mac. È bene premettere che questo non significa che Mac OS X potrà essere installato su qualsiasi PC ad architettura x86: stando alle dichiarazioni post-keynote del vice presidente di Apple Phil Shiller, il "vincolo" che lega Mac OS X all'hardware venduto da Apple resterà sempre valido, e Mac OS X in versione Intel girerà solamente su macchine Apple.
Se n'era parlato tanto nei giorni scorsi, tra indiscrezioni più o meno ufficiali, smentite poco convincenti, opinioni di analisti finanziari, di addetti ai lavori e di normali utenti. Personalmente ho sempre ritenuto infondate le voci del passaggio dall'architettura PowerPC (PPC) a quella x86, ma il fatto che non arrivassero prese di posizione ufficiali da parte di Apple, mentre la data del possibile annuncio era sempre più vicina, mi ha fatto ricredere piano piano, tanto che prima ancora dell'inizio del keynote ero ormai convinto di tutto quello che sarebbe stato presentato da lì a poco.
Prima di analizzare le conseguenze di tale scelta, cominciamo con l'analizzare le motivazioni che hanno portato alla definizione di questo accordo. Una decina di anni fa tra Apple, Motorola ed IBM fu siglato un patto per lo sviluppo di processori PowerPC, e tutto funzionò bene con la prima generazione di microprocessori, ovvero i PPC G3. Il G4, con la sua tecnologia Altivec cominciò a causare i primi problemi: IBM decise di non svilupparli ritenendoli poco redditizi, e Motorola, da sola e senza troppi stimoli, ne portò avanti lo sviluppo in maniera troppo blanda, proprio nel momento in cui Apple aveva bisogno di un processore che potesse sostenere la sua rinascita dopo l'uscita di Mac OS X.
L'arrivo del G5 (stavolta sviluppato solo da IBM) è stato un toccasana, ma al momento attuale anche i nuovi processori IBM arrivano col contagocce: i 3 GHz promessi per l'estate 2004 non sono ancora arrivati, e il processore scalda troppo per poter essere inserito in un portatile o in un Mac mini. Apple è costretta a realizzare macchine professionali bi-processore con raffreddamento a liquido, con ovvie ripercussioni sui costi (anche se dal punto di vista prestazionale non hanno nulla da invidiare ai corrispondenti modelli con architettura x86).
Nel frattempo i G4, che ancora equipaggiano buona parte delle macchine prodotte da Apple, non vengono più sviluppati da Motorola ma da Freescale, e il trend di sviluppo non è certo migliorato: è vero che il G4 è un processore destinato a uscire di scena, ma finchè il G5 rimane afflitto da problemi di produzione e sviluppo, Apple è costretta a ricorrervi ancora in maniera pesante. È anche vero che IBM ha interessanti prospettive di sviluppo: basti pensare ai processori multi-core sviluppati per le prossime console, ma è lecito anche pensare che nella situazione attuale Apple si senta autorizzata a "guardarsi intorno".
Sotto quest'ottica la decisione di Apple appare più che plausibile, anche se sicuramente sofferta. Apple implementerà gradatamente i processori Intel, prima sulle macchine consumer (in sostituzione dei G4) nella prima metà del 2006, poi sulle macchine professionali, in modo tale da completare la transizione nel 2007.
Quali sono i pro e i contro di questa scelta? Il vantaggio più evidente (e più importante) consiste nell'adozione di una famiglia di processori che difficilmente subirà la stessa sorte del G4: Intel è in concorrenza continua con AMD, ed è impensabile che possa cadere in periodi di stallo come successe con Motorola. L'adozione degli stessi processori utilizzati su tutti i PC consentirà inoltre di mettere direttamente a confronto il rendimento dei diversi sistemi operativi (e credo che Apple abbia fatto i suoi conti per fare bella figura anche in tal senso); contemporaneamente avremo la possibilità di valutare il comportamento di Mac OS X su due diverse architetture, anche se il fatto di aver cambiato strada lascia intuire che Apple abbia già riscontrato delle migliorie in questa nuova scelta. Un ulteriore vantaggio dovrebbe riguardare l'abbassamento dei costi (soprattutto per le macchine di fascia alta) e questo, unitamente alla precedente considerazione, dovrebbe consentire ad Apple di espandere in maniera importante la propria quota di mercato... a meno che non siano proprio gli svantaggi legati a questa scelta a causare qualche problema.
Apple ha speso gli ultimi anni ad ottimizzare il proprio sistema operativo: Mac OS X è diventato sempre più veloce di versione in versione grazie (anche) all'ottimizzazione per Altivec e per i 64 bit del G5. Un cambio così radicale di architettura significherebbe ricominciare daccapo il lavoro di ottimizzazione. In realtà, come alcune indiscrezioni hanno da sempre sostenuto, Apple ha ammesso di aver sempre portato avanti lo sviluppo di una versione "parallela" di Mac OS X compilata per architettura x86. Dopotutto Darwin è da sempre disponibile in entrambe le versioni ed Apple, pur avendo sempre smentito il suo interesse verso questi processori, ha anche affermato in più occasioni che in caso di necessità non si sarebbe fatta trovare impreparata. Evidentemente il fatto di avere a disposizione entrambe le versioni del sistema ha fatto sì che Apple potesse valutare con esattezza il comportamento del sistema nelle due situazioni, così da decidere il momento migliore per effettuare la "migrazione".