Contrappunti/ Il Faletti perduto

di Massimo Mantellini - Il testimonial della campagna antipirateria del Governo è un nome celebre della tv e della letteratura. E da qualche tempo è un nome celebre anche nella comunità open source

Roma - Molto scalpore ha suscitato in rete l'intervista di Anna Masera a Giorgio Faletti pubblicata su La Stampa. Forse perché l'argomento della chiacchierata non era la trama del prossimo giallo dell'ex comico piemontese felicemente convertito alla scrittura noir, ma la sua recente fragorosa ed inattesa trasformazione in testimonial di una campagna del governo contro la pirateria.

Come tutti sappiamo, le questioni che ruotano attorno all'evoluzione del copyright ed alla pirateria dei contenuti in rete e fuori, sono varie e generalmente assai complesse. Difficile per chiunque farne materia per uno spot di 30 secondi. E nemmeno si può pretendere che il primo scrittore di successo, prestato gratuitamente al messaggio informativo della Presidenza del Consiglio, debba essere un esperto della materia.

Premesso questo, un minimo di cognizione di quali siano a grandi linee le questioni in campo, temo ce la si debba attendere anche dal Faletti antipirateria.
Perché se così non fosse, se Faletti dimostrasse, per esempio in una breve intervista, di non sapere assolutamente nulla di pirateria, di internet, di Creative Commons ed Open Source, come potrebbe mai prestare la sua faccia ed il suo nome per sostenere la battaglia antipirateria del governo senza che noi, che siamo esseri semplici e malfidati, si venga assaliti dal dubbio che lo stia facendo semplicemente per tutelare il gruzzolo ben meritato derivante dalle sue recenti fatiche letterarie?

Risponde Faletti ad un certo punto della breve ma significativa intervista su La Stampa:

"Io invece penso che l'open source sia il sistema migliore per precipitare nella barbarie. Certe cose vengono fatte perchè esiste un'industria che le produce e investe senza un ritorno economico. Senza un editore, Hemingway non sarebbe stato scoperto".

Punti di vista notevoli che meriterebbero ulteriori analisi se non ci cogliesse immediatamente il dubbio che il pensatore che li ha espressi abbia cognizioni talmente scarse sull'argomento da non richiedere alcun contraddittorio. Mia figlia ha 2 anni e mezzo: discutereste con lei dei cieli di Simone Martini? Probabilmente no.

A parte l'affermazione su Hemingway (come è noto esiste una ampia schiera di scrittori "scoperti" prima dell'avvento del diritto d'autore la cui fama è tuttora viva e vegeta), Faletti se la prende con le radio private (accidenti, le radio private, ero convinto fossero scomparse da un decennio) e con i produttori di masterizzatori. Come si vede due soggetti non centralissimi nelle dinamiche di diffusione della pirateria. Un po' come se la lotta alla droga si concentrasse sui produttori di siringhe.

E tuttavia non è mia intenzione sparare sulla croce rossa. Anzi, vi dirò: ha ragione da vendere Faletti quando afferma che su questioni come quelle del copyright esiste una attenzione diffusa molto modesta. "Non c'è cultura sul copyright" afferma: impossibile dare torto su questo all'autore di "Io uccido".

E ciò - mi permetto di aggiungere - accade per due motivi diversi. Il primo è che si tratta di un diritto la cui tutela giuridica riguarda tutto sommato un numero ristretto di soggetti. Non che si tratti di un diritto minore, tutt'altro. Ma stiamo parlando di un diritto che oggi è mantenuto molto rigido e stringente dagli interessi di poche persone, in barba alle esigenze ed alle aspirazioni di moltissime altre. E questo ovviamente è un male.

La seconda ragione è che l'ignoranza sul copyright è, per i medesimi soggetti che lo detengono, anche un importante vantaggio. Un deficit informativo reso ancora più facile dalla natura ostica e barbosa della materia. Questo è il motivo per il quale ci ritroviamo con campagne mediatiche come quella che vede Faletti protagonista. O a dover fronteggiare le adulterazioni statistiche tipo quella sulle cifre del mancato guadagno che da anni BSA, FIMI, RIAA e compagnia inseriscono in ogni comunicato stampa. Come se ogni copia pirata fosse a tutti gli effetti una copia non acquistata.

Oggi, in tempi di trasformazione digitale dei contenuti, la "cultura vera del copyright" è lontanissima dalle cognizioni di quanti ne violano le norme. Nessuno spiega ai cittadini, magari utilizzano Faletti come testimonial, che i 9/10 dei libri pubblicati per esempio in USA negli anni 30 del secolo scorso sono tenuti fuori dal pubblico dominio ( e quindi non consultabili, non riproducibili in rete, non ristampabili) perché Disney continui a guadagnare milioni di dollari di royalty su Topolino. Nessuno spiega agli italiani, usando il viso simpatico di un ex comico diventato scrittore di successo, che ampie fasce della "cultura" sono condannate all'inutilizzo ed all'oblio per decenni anche se non generano un centesimo per i suoi creatori nè per i loro eredi, perché si deve mantenere un sistema di diritti ormai vecchio e non più attuabile, per lo meno da quando i substrati di archiviazione sono diventati bit.

Si tratta di discorsi vecchi, che abbiamo ripetuto ormai mille volte. E' vero, molti continuano a non saperne nulla: fra questi anche il povero Faletti.

Massimo Mantellini
Manteblog


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